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Cronaca nera, novax e social media: che ci frega è l'evoluzione

Gli esseri umani sono negativi per natura. Lo sono sempre stati, anche se per necessità. Quando il calcolo delle probabilità non esisteva e il pericolo era all’ordine del giorno, identificare rapidamente una minaccia era fondamentale per la sopravvivenza personale e – in alcuni casi – della specie. Pensare male non era una peculiarità caratteriale: il primo critico professionista avrebbe firmato la sua prima stroncatura solo parecchi millenni più tardi. Eppure, a guardare da vicino, le cose oggi non sembrano poi così diverse.

Nonostante un lungo percorso evolutivo, la capacità di valutazione del rischio è ancora poco diffusa. Una buona fetta di popolazione fatica a distinguere un evento nefasto da un andamento, a isolare un caso dalla normalità. Nell’èra dei processi in diretta tv, una morte sospetta suscita più clamore di milioni di vaccinazioni certificate. Le ipotesi si trasformano in fatti, le teorie in leggi; nei castelli di sabbia affittiamo stanze a mezza pensione. Solo il dubbio convince. In questo clima di sfiducia l’attenzione pare costantemente rivolta al peggio, alla ricerca di una spiegazione a tutti i costi (meglio ancora se implausibile ma intrigante), al non-si-sa-mai. E tanto basta ad allontanarci dalla razionalità: il vaccino si trasforma in una minaccia e la scienza medica in un complotto. L’atto di fede, ormai, si professa dagli spalti.

Da dove parte il cortocircuito? Sarebbe fin troppo facile addebitare lo sfacelo ad una scarsa igiene educativa e culturale. Come quasi tutto ciò che conosciamo, la spiegazione è complessa e prende in causa più livelli. Una prima risposta può essere così formulata: è pigro e negativo il nostro cervello, così come lo sono l’ambiente sociale e le notizie di cui ci nutriamo.


Di routine e abitudini

Come esseri umani viviamo il presente immersi nelle routine. Ci muoviamo in una realtà che diamo per scontata, dov'è concesso sospendere il dubbio circa il fatto che le cose stiano davvero come pensiamo; interagiamo con altre persone senza doverci mettere d’accordo – ogni volta – su qual è il significato del linguaggio che usiamo o se ciò che vediamo corrisponde esattamente a ciò che vedono anche gli altri. Secondo Shutz – il cui contribuito alla sociologia della conoscenza è seminale – la vita quotidiana si compone di routine e abitudini, e il pensiero è spesso improntato all’ovvio e non alla riflessione, uno stato che il sociologo definisce senso comune.

Siamo essere routinari anche per via della predisposizione del nostro cervello a risparmiare energia – retaggio, anche questo, di un passato in cui le risorse dovevano essere conservate per poter fuggire in caso di necessità. Pigrizia e abitudine contribuiscono ad una vita quotidiana tutto sommato comoda, se paragonata a quella dei nostri antenati, fondata sulla cultura dell’ordinario. L’ordinarietà è la norma, lo straordinario non lo è. Le deviazioni, le anormalità catturano l’attenzione perché proiettano la vita quotidiana fuori dai canoni della normalità, dalle routine. Se non altro, l’anormalità incuriosisce. 


L’attrazione per la negatività

Il nostro cervello vive di sollecitazioni, ed è particolarmente attratto dalla quelle negative. In ambito scientifico ci sono pochi dubbi circa il dominio degli input negativi su quelli positivi. L’essere umano è avverso alle cattive emozioni e faccende sgradevoli, e investe molte più energie ad evitarle che non a cumulare sensazioni positive. L’apprendimento stesso è più rapido quando si tratta di qualcosa che non porta a nulla di buono. Questo vale anche nei rapporti con le altre persone: i lati negativi risultano più informativi di quelli buoni, e ci spingono a selezionare le nostre cerchie non tanto sulla base della piacevolezza delle persone, quanto più evitando quelle maligne. Anche a livello mnemonico, i ricordi negativi lasciano strascichi più profondi rispetto a quelli positivi – ciò nondimeno, il cervello è più propenso a ricordare i momenti migliori rispetto ai peggiori (il cosiddetto effetto Pollyanna). 


Evoluzione e pregiudizio negativo

Gli studiosi hanno provato ad abbozzare alcune spiegazioni. Secondo gli evoluzionisti, tutta questa importanza al male è la risposta adattiva dell’organismo umano all’ambiente fisico e sociale circostante. Elaborando un sistema rapido ed efficace di segnalazione, consente all’organismo di autoregolarsi e di comunicare ai propri simili – spendendo poca energia – la presenza di una minaccia. Ancor più a livello biologico, ogni componente deve fare la propria parte affinché il sistema prosperi: secondo il Principio della catena, il venir meno di una parte potrebbe pregiudicare la sopravvivenza di tutte le altre. 

Un altro gruppo di teorie si concentra invece sul potere informativo della negatività, e si basa sul fatto che un solo fallimento può pregiudicare la vita di qualsiasi organismo. Mentre uno stato di felicità è composto da più momenti positivi, che sostengono il perdurare dello stato emotivo, il più delle volte una cattiva notizia è sufficiente ad estinguere la serenità. Gli input negativi sarebbero dunque più salienti per salvaguardare la stabilità del sistema. Oltre a ciò, è stato notato che una delle grandi differenze tra aspetti negativi e positivi è che spesso i primi si configurano come problemi e come tali richiedono una soluzione.

Nella letteratura scientifica ci si riferisce a questa tendenza come al pregiudizio negativo, che alcuni studiosi hanno osservato già a pochi mesi dalla nascita del bambino, e identificato come uno dei meccanismi cruciali per lo sviluppo delle competenze emotive e delle capacità di valutazione degli eventi.


Il ruolo dei media

Non c’è di che stupirsi se ogni giorno giornali, radio, Tv e social media traboccano di pessime notizie. Prima di tutti l’aveva intuito Axel Springer, famoso editore tedesco: la formula per un giornale di successo sta nelle cose che più interessano alla gente, cioè sesso, sensazionalismo, brutalità e pietà, fatti e finzione, crimine e consigli per l’acquisto (riassunti grossolanamente nella Regola delle tre S: sesso, soldi, sangue). Se è vero che i giornali li fa chi li legge – forse l’adagio più moderno del giornalismo d’antan – allora l’ossessione per la cronaca nera non è frutto di redazioni perverse ma dei nostri interessi. In questa direzione figurano anche i risultati di un esperimento del 2013, che ha rilevato come tra diversi tipi di notizie i lettori sono più portati a leggere quelle negative – a testimonianza di una certa reciprocità tra domanda e offerta di contenuti.

Ma non si tratta solo di giornalismo, perché grazie ai social media le notizie vengono veicolate da chiunque in qualsiasi forma. E questo basta a suscitare conseguenze, anche gravi, in chi le intercetta pur senza esserne direttamente coinvolto. È quanto è stato osservato negli ultimi 20 anni da diversi studi in ambito medico: sintomi d’ansia, depressione e stress post-traumatico possono insorgere anche in chi è semplicemente esposto ad un fatto negativo. Lo stimolo ad approfondire, acquisire nuove informazioni genera ansia e una tensione alla ricerca di nuovi contenuti per “istruirsi” in merito alle minacce, fino a generare una vera ossessione per le cattive notizie che prende il nome di doomscrolling – fenomeno che nel 2020 si è intensificato a causa dell’isolamento e del distanziamento sociale.


Come percepiamo il rischio

Secondo il modello dell’Amplificazione sociale del rischio, le informazioni vengono trasmesse tramite diversi canali e la loro risonanza risente di processi sociali e psicologici complessi, non solo dei media ufficiali. Come conseguenza, anche fatti gravi ma isolati possono diffondersi a tal punto da originare conseguenze di magnitudo inaspettate. Un esempio è ben rappresentato dai vaccini anti Covid-19: nonostante l’alta probabilità di successo e i vantaggi in termini di sicurezza, i rarissimi casi di conseguenze avverse hanno generato un’eco massiccia. Ciò dipende, in larga parte, dagli errori grossolani nella gestione delle campagne comunicative, ma anche da un’amplificazione del rischio spesso legata alla drammatizzazione e alla sovra esposizione di casi negativi isolati.

Questa percezione ha anche a che fare con una serie di euristiche – strategie di pensiero – che utilizziamo inconsciamente. Sfruttando l’euristica affettiva, tendiamo a prendere decisioni in base alle emozioni che ci suscita il problema, piuttosto che in seguito ad un’analisi puntuale. Lo stesso vale per la valutazione dei rischi, dove le emozioni rientrano nella stima al pari di ciò che pensiamo. Nell’ambito del rischio, lo stato d’animo funge da amplificatore: le persone ottimiste tendono a sovrastimare i benefici di una scelta e a sottostimarne i rischi, mentre i pessimisti il contrario. A tutto questo s’aggiunge anche la comunicazione dei dati: forse per via di una scarsa sensibilità ai numeri, parlare in termini percentuali o relativi può produrre effetti differenti, tanto che una probabilità del 10% è percepita come minore rispetto ad uno su dieci.


Migliori di chi?

Per quanto naturale, affidarsi all’istinto non sempre è una buona idea. La mente è spesso soggetta a condizionamenti e pregiudizi che, alterando la percezione, distorcono il giudizio. L’effetto Migliore-della-media è uno tra i fenomeni più noti e descrive la propensione a valutarsi migliori degli altri. Utile a rafforzare il proprio sé, riflette una percezione delle proprie qualità come sopra la media o una sottovalutazione delle capacità degli altri, con l’obiettivo di proporre un’immagine personale positiva e favorevole. Questa tendenza a tratteggiare la media come un gruppo niente affatto brillante e invidiabile tralascia una considerazione elementare: ogni persona è parte della media di qualcun altro, un’infinità di squadre di mediocri di cui nessuno vuole fare parte. 


Segnali di involuzione

La risposta istintuale è uno strumento potente e perfezionato nel corso dell’evoluzione, ma insufficiente. Al dominio della negatività e alla pigrizia, il progresso sociale ha affiancato nuovi universi simbolici, culture che si fondano su premesse e realtà differenti. Il movimento no-vax, che oggi minaccia gli sforzi messi in campo dai ricercatori e i sacrifici di molte comunità, poggia alcune delle proprie premesse sul rigetto della scienza e della razionalità, e sull’affermazione di un personale principio di realtà

La fiducia verso il progresso è venuta meno e il calcolo delle probabilità è completamente sbilanciato verso il rischio. I no-vax di negatività si nutrono, propagandone a loro volta come inconsapevoli amplificatori di un messaggio distorto. I cosiddetti antivaccinisti – e con loro tutti i movimenti oscurantisti e complottisti – non sono “sbagliati”: sono semplicemente regrediti ad uno stadio pre-culturale. Sono involuti


(L'immagine è tratta da MaxPixel)


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