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La lezione del covid: non sappiamo stare soli

 


Ci abbiamo provato, abbiamo fallito. L'isolamento non fa per noi. Nonostante la retorica misantropa, che ci rende terribilmente fighi sui cataloghi delle crocerossine, ne siamo usciti fracassati e malconci. Anzi, diciamolo apertamente: ne siamo usciti e volentieri. Siamo tornati al pub, in palestra, a cena con gli amici: l'importante era restare fuori casa. Eppure, delle poche certezze che abbiamo sul futuro, una di queste è che ci aspetta un inverno difficile. E – allerta spoiler – un nuovo isolamento.


Il fallimento della prevenzione

Isolamento, quarantena, lockdown: a causa della pandemia da coronavirus, la nuova normalità è fatta della stessa sostanza del distanziamento sociale. Detta così sembra facile: ci siamo allenati per mesi interi, sappiamo come funziona. Ma a giudicare dai dati recenti qualcosa è andato storto. Le precauzioni le conosciamo: lavare spesso le mani, indossare la mascherina e, prima di tutto, togliere le dita dal naso. Sondaggi Gallup di una manciata di anni fa ci informano che l'igiene delle mani (specialmente dopo la toilette) non è una priorità italiana (qui i dettagli).

Infographic: Where Europeans Wash Their Hands After Using The Toilet | Statista Immagine tratta dal sito Statista

Non si può dire vada meglio con il distanziamento sociale, che tecnicamente significa rimanere a casa, traslare online incontri e appuntamenti, evitare il trasporto pubblico e mantenere la distanza di sicurezza nel caso non si possano evitare situazioni sociali. Qualcuno ha pensato di dribblare il problema con un'ibernazione temporanea fino alla fine della pandemia – sfortunatamente, si tratta più di fantascienza che di realtà. A giudicare dai dati, nemmeno le precauzioni sono bastate.


Il potere (debole) delle parole

Uno dei motivi di questo fallimento sta nelle modalità scelte dalle istituzioni per comunicazione le misure precauzionali e di contenimento del virus. Non basta veicolare un messaggio, spiegano gli esperti delle scienze comportamentali: come nel caso della Teoria dei nudge, bisogna ragionare sui meccanismi sociali e psicologici che muovono l'azione. Guardare al modo in cui le persone raccontano la pandemia può aiutare a rendersi conto del distacco percepito con il mondo “là fuori”. Nelle storie di chi ha vissuto la quarantena le emozioni negative superano nettamente quelle positive. Spaventa l'incertezza del presente – il futuro nemmeno è contemplato; il timore dell'infezione e quella di trasmettere il virus ai propri cari; la minaccia della morte e la spirale per cui più si allunga l'isolamento più diminuisce la capacità di affrontare i sintomi di stress, ansia e depressione.


Prima persona singolare

La paura dell'ignoto e l'incertezza alimentano i sintomi legati a depressione, ansia e stress. Nei casi sospetti di Covid e in quelli acclarati ma meno gravi, la prima misura è la quarantena – due settimane o dieci giorni, a seconda della circostanza – che significa una prima separazione forzata dagli amici e dalla famiglia. Studi sugli asintomatici in isolamento hanno mostrato che in un caso su due insorgono sintomi depressivi, e in due su cinque quelli dell'ansia. Ma a differenza di altre grandi sciagure mondiali – come l'Olocausto – il dramma è vissuto in prima persona: c'è minore condivisione e a prevalere, letteralmente, è l'uso della prima persona singolare.


Quale realtà raccontiamo?

La distanza dalla realtà esterna si riflette nella cronaca di tutti i giorni. Uno studio recente ha messo a confronto i contenuti legati alla pandemia pubblicati dai giornali britannici e da quelli dello Sri Lanka. L'analisi semantica della stampa inglese individua l'ambito economico come focus principale, mentre nel metodo editoriale prevale la tendenza all'approfondimento di questioni specifiche. I media dello Sri-Lanka pongono invece in evidenza la valutazione della pandemia, della salute e della medicina in generale. In entrambi i casi, lo spazio dedicato alla salute mentale è risicato e insufficiente.

Una nuova socialità virtuale

In qualsiasi circostanza, l'uomo rimane un essere sociale. Se la pandemia impone barriere fisiche, il bisogno di comprensione e di compagnia si trasferisce altrove. In un mondo regolare, i social network consentono nuovi di superare la classica regola dei 30 minuti – il lasso di tempo che decreta se un viaggio vale, o meno, il disturbo. In un mondo in piena pandemia, si sono rivelati fondamentali per superare le barriere imposte dall'isolamento e il divario creato dall'assenza fisica. Ricerche recenti mostrano che a livello neuronale l'interazione dal vivo e quella visiva online attivano le stesse regioni del cervello. Una ricca interazione virtuale sarebbe addirittura in grado di stimolare le facoltà mnemoniche e la creazione di concetti. Questo testimonia un gran numero di costanti tra la vita fisica e quella online, non ultimo il fatto che le regole che governano la dimensione dei gruppi e la struttura delle reti sociali sembrano valere sia per quelli offline sia per quelli online.


La realtà sotto le dita

Ma per quante virtù i social possiedano, l'aspetto fisico non può essere sbrigato con tanta facilità. Le limitazioni alla nostra capacità tattile sono uno dei più grandi stravolgimenti degli ultimi tempi, ancor di più per la cultura occidentale e meridionale. Il tatto è così routinario e radicato nelle abitudini da essere diventato un mezzo per la costruzione di significati e un significato a sé – sostiene Classen in The book of touch. Il tatto è connesso all'espressione di presenza ed empatia. A farne a meno, si rinuncia ad una parte di espressione: si sgretolano i confini della concretezza e il senso stesso del corpo. Cambia la corporeità, l'essenza sociale si fa più evanescente. Non è un caso se anche sui social tutto ciò che chiediamo è di “rimanere in contatto”.


Una speranza vana

L'uomo è la specie che più di tutte soffre il distanziamento sociale. Ma non è l'unica a praticarlo. Tra i pipistrelli vampiri – così come tra alcuni tipi di insetti, di anfibi e tra i mandrilli – è una pratica diffusa. I membri ammalati si escludono, o vengono esclusi, per preservare la salute del gruppo. Lo fanno per il bene della comunità: sanno che la sopravvivenza dei loro simili dipende da un comportamento di tutela nei confronti del gruppo, e viceversa. 

Lo stesso vale per l'uomo. O almeno dovrebbe. Quel che è noto è che la mancanza di interazione sociale e cognitiva aumenta il rischio di adozione di comportamenti antisociali. L'abbiamo sperimentato in primavera, sui balconi di tutta Italia. 

Proprio nei giorni che precedevano l'estate più calda di sempre, abbiamo fatto di tutto per trasmetterci forza e superare il periodo, convinti ce lo saremmo lasciato alle spalle come una sbronza finita male.

Ne usciremo migliori, ci dicevamo. All'alba di un nuovo possibile confinamento, tutto suggerisce il contrario.



Materiale e documenti consultati:

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