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Pigri si nasce: l'arte dell'ozio è un lavoro per pochi


Quando non si sa per che cosa si vive, si vive così come capita, alla giornata; ti rallegri che è passata un'altra giornata, che è venuta la notte e nel sonno affoghi la stupida domanda perché hai vissuto questo giorno e perché vivrai domani.

[Oblomov – Ivan A. Gončarov, 1859]


Chiunque l'abbia sperimentata, sa che la pigrizia crea dipendenza: più stai sul divano, più ci rimarresti. Mentre poltrisci comodamente, il tempo lavora per te. Si dilata, lentamente. Sono convinto che se potessi guardare sul fondo di un buco nero ci troverei nientemeno che un divano. Non potendolo verificare, ho fatto un salto indietro e mi sono chiesto cosa genera la pigrizia. La risposta è dentro di noi. Letteralmente.


Lavativi si nasce

La pigrizia è una specie di allergia allo sforzo, un atteggiamento comune agli umani, agli animali e in qualche modo anche alle macchine. È descritta come la riluttanza a svolgere una faccenda, un compito o un lavoro nonostante l'effettiva capacità di portarlo a termine. Pigra è la nostra indole, per natura: un esperimento recente ha evidenziato che resistere all'ozio non è cosa da poco. L'elettroencefalogramma svela che la risposta ad una chiamata all'attività fisica è rapida – ne conosciamo i benefici e i piaceri – ma evitare il richiamo del divano richiede molte più energie corticali. Siamo naturalmente portati a conservare le energie, secondo alcuni ricercatori. E questo deriverebbe dal passato, quando risparmiare energie era fondamentale per la ricerca di cibo, la riproduzione e la sopravvivenza. Secondo un'altra teoria recente – l'Affective-Reflective Theory – la scelta tra attività o inattività dipende dalla valutazione emotiva di ciascuna esperienza. Sulla base di questa valutazione decidiamo, in automatico, se faticare o evitare sforzi. Ad un secondo step subentra l'autocontrollo, e la possibilità di riflettere sulle nostre valutazioni programmando un piano d'azione.


Un cervello stakanovista

Che ci si culli nel dolce far niente o ci si dimeni fino ai crampi, il cervello è sempre molto indaffarato – in alcuni casi, anche dopo la morte. La mente vaga, di default. Lo fa sia durante il relax sia quando è concentrata su un compito. Questa attività costante differenzia l'uomo dagli altri animali. Ma ha anche un costo: uno studio pubblicato su Science nel 2010 ha mostrato che la mente che vaga porta infelicità. Quando l'attenzione è focalizzata su qualcosa ci sentiamo più felici, forse perché in quel momento ci dimentichiamo del resto – quel “resto” che, poi, è la nostra esistenza. Non è un caso che il principio di concentrazione e liberazione sia alla base della meditazione tramite mantra, dove attraverso la ripetizione si interviene sul flusso dei pensieri.


Vietato oziare

Non solo il cervello: le società si sono date un gran da fare nel biasimare l'ozio. La storia è zeppa di esempi: basta guardare ai cristiani, che assurgono l'accidia a vizio capitale, o ai calvinisti, dediti al lavoro e al profitto come segno di grazia divina, passando da Dante Alighieri e il suo disprezzo per gli ignavi e gli indolenti. Come osservato da Veblen oltre un secolo fa, c'è stato un tempo in cui l'ozio era un lusso e come tale veniva sfoggiato. Nobili e arricchiti ne facevano un vanto per rimarcare la propria posizione sociale. Oggi non più: donne e uomini d'affari e le icone dello star system sfoggiano agende traboccanti d'impegni. I veri intraprendenti non hanno un minuto libero: tutto è consacrabile all'altare del lavoro. L'orto del business ha bisogno di continue attenzioni, di costanti irrigazioni di duro lavoro e iperproduttività.


Ammirati ma infelici

Il culto dell'ossessione lavorativa diventa un tratto identitario nella commedia quotidiana. Il successo della parodia del Milanese imbruttitofatturare, taaac! – sta proprio nel ricalcare la figura del work-a-holic, il malato di lavoro. Studi recenti mostrano che la persona impegnata è percepita più positivamente. Suscita l'idea di professionismo, di un capitale umano invidiabile e richiesto dal mercato del lavoro. Desiderabile, sì, ma fino ad un certo punto: le persone oberate sono considerate anche le meno felici, rileva uno studio del 2019. Esperienze ed attività finiscono solo sull'agenda pubblica: l'ultimo aggiornamento sulla pagina sui social segnala un nuovo status: impegnatissimo.


Il valore del tempo

Il tempo è una forma di ricchezza, ma non è denaro. Gli esperimenti di DeVoe e House mostrano che associare al tempo un valore monetario diminuisce la capacità di trarne piacere. Induce a pensare al modo in cui strizzare le ore e le esperienze per massimizzare il guadagno. Bevanda mediocre e colleghi noiosi: qual è il valore della pausa caffè? Un'analisi dei sondaggi nel campo del benessere economico ha concluso che i soldi non portano alla felicità, ma “solo” a una valutazione più positiva della propria vita. È l'aumento di stipendio – e non il livello raggiunto – ad alimentare la soddisfazione per la propria vita. Al contrario, la povertà agisce da moltiplicatore del dolore.


Mai con le mani in mano

L'ozio di oggi è un regalo del progresso scientifico e tecnologico. Una liberazione dagli affanni, rimasta tuttavia incompiuta. Il tempo è una forma di ricchezza, ma nessuno conosce con certezza il proprio saldo. Il suo spreco è intollerabile, ma in parte inevitabile. Secondo alcuni studiosi, l'ansia del non far niente è l'eredità del passato, dovuta al ridimensionamento delle energie necessarie a garantire la sopravvivenza. Il tempo non può essere conservato, quindi le risorse in eccesso vengono scaricate tramite l'azione. Ma questo non basta a placare il disagio. Perché il tempo risulti “ben investito”, ogni attività deve essere fatta consapevolmente e possedere uno scopo. Ricerche condotte negli ultimi 10 anni hanno scoperto che le persone che trovano un'occupazione per il tempo libero (anche sotto coercizione) mostrano livelli di soddisfazione più alti di chi larveggia sul divano senza arte né obiettivi.


Evitare lo sforzo

Dunque, qual è la nostra natura? Lavativa o sgobbona? E poi: se siamo portati a conservare energie, perché tutti questi sbattimenti per non perdere nemmeno un minuto? Ricercatori e studiosi in ambito sociale e psicologico hanno costruito teorie ed imbastito esperimenti ad hoc, fino a ricondurre l'origine della pigrizia ad un ampio spettro di fattori quali la motivazione, l'autostima, disturbi, patologie e vincoli esterni. La pigrizia – osserva Madsen in un interessante contributo del 2018 – dice più di noi e della nostra cultura che non del bersaglio del nostro dito puntato. L'analisi dei processi psicologici, sociali e culturali che definiscono la pigrizia parte sempre da una constatazione: lavativo è chi non fa ciò che ci si aspettava facesse. L'impegno a scavare a fondo, a comprendere lo scarto emotivo che giustifica il suo comportamento deviante, è uno sforzo che spesso e non ci va di fare. Perché i veri pigri siamo noi.

Yawn.


Immagine di copertina: RalfDesign @ PixaBay 


Materiale e documenti consultati:

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