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Il mistero delle celebri apparizioni: una storia cremasca


Aprile, l’1, del primo anno D.C. (dopo covid). 
Crema. 


È passato del tempo dal primo incontro. Molti dei particolari di allora mi risultano ancora familiari. Le sensazioni, i ragionamenti e le emozioni che ne scaturirono sono vive e reali, ma sono cambiati così tanti calendari che accettarle ora è più facile. Mi hanno detto che scriverne mi aiuterà. Lo spero, perché non credo di aver superato tutto. Non mi turba pensare alla catena degli eventi, quanto più alla sostanza stessa di quegli incontri, l'attimo da cui si è originato il tutto, la precisione della coincidenza, il caderci dentro fin sopra le braghe. Perché io?
Mi sono deciso a ricucire la trama degli eventi sapendo che il peggio è passato, eppure sopravvive e perturba, non posso negarlo, l'idea che un dettaglio continui a sfuggire. 


Era una mattina come un’altra. L’aria fresca della primavera mi prendeva a schiaffi sul volto tumefatto dal sonno. Cavalcavo la mia fidata Frejus grigio Londra, ogni premura di arrivare in ufficio per tempo mi scivolava via con stile aerodinamico. Nelle orecchie vibrava il suono pieno della California punk rock degli ultimi Duemila - ad ogni buon conto, i ruggiti delle chitarre non sembravano propellere in alcun modo la pedalata. 

Difficile immaginare una persona più stanca del sottoscritto in quel momento. Infilato il sottopasso ho benedetto la discesa. Sfruttando l’inerzia fino in fondo, qualche pedalata ben assestata mi ha portato all’incirca a metà salita. 
Stavo per affrontare la parte più dura: io solo contro l’asfalto con pendenza a sfavore. 
Ho alzato la testa per controllare la distanza dal pianoro ed è lì che l’ho visto: con la camicia in flanella, in sella a una bicicletta da uomo, Charles Bukowski filava leggero nella carreggiata opposta. Leggermente smagrito rispetto agli ultimi tempi, con un velo di barba grigia incolta ma equamente distribuita sul volto, e i capelli grigi, più radi in sommità, raccolti con una coda all’altezza dell’occipitale, dimostrava suppergiù una sessantina d’anni. Aveva l’espressione beata di chi ancora non sa che di là dalla curva, giù dalla discesa, dovrà faticare di gambe e di polmoni per tornare a livello della crosta terrestre. 
Merito di una solida etica della fatica, o forse della disistima nelle mie capacità percettive, ho accantonato lo stupore per incanalare tutta la concentrazione sulla risalita. Raggiunto il tratto pianeggiante, mi sono girato appena in tempo per vedere lo scrittore sparire dietro la curva, sottoterra.

Nei giorni seguenti tornai spesso a quell’incontro. Charles Bukowski, incredibile! Ciò che più mi tormentava non era l’idea di non sapere dove andasse, ma perché fosse così felice. 
Cercavo di sedare i pensieri procedendo con raziocinio. Tra tutte, una suggestione mi seduceva più di altre, e cioè che quel frammento di Bukowski, in bicicletta, con un’aria di allegra serenità, racchiudesse e svelasse un'aspirazione segreta, come se il vecchio Hank e il signor Chinaski avessero finalmente deposto le penne nei rispettivi calamai, e che il compromesso della vita, cioè prestare tempo al lavoro per togliersi qualche sfizio che renda un senso all'esistenza, fosse finalmente risolto. E quindi non rimaneva che una cosa, l'emancipazione per eccellenza: apprezzare la quiete, affrontare senza affanni l'assenza di un significato.

Per quanto potente, lo sbigottimento non durò in eterno. L’alternarsi delle stagioni mi aiutò pian piano a distrarmi da quell’incontro. Nella mente trovarono alloggio altri pensieri, circostanze bizzarre e divertenti, conflitti e burrasche, l'incongruenza della coscienza socialista e dell'istinto liberale, tumulti atomici tra una ben precisa estetica della gioventù e l’ineluttabile tendenza dell’allestimento biologico a disfarsi nel tempo. 
Sicché il ricordo rimase sepolto nell'archivio mnemonico sotto strati di materia grigia, fino al giorno in un cui un altro incontro resuscitò domande e turbamenti che credevo risolti, e invece, debbo convenire, erano soltanto sopiti.


Lasciandosi il centro città alle spalle, il lungo viale degli Stati Uniti d’Europa digrada dapprima verso il parco Bonaldi - a dispetto del nome, non si tratta di un sindaco morigerato bensì di un giardino pubblico - per poi perdersi felice nel quartiere di Ombriangeles. A metà strada, poco prima della riserva naturale, la piccola via De’ fraticelli devia rapida sulla sinistra ed introduce l'avventuriero alle terre cupe ed aride del quartiere di Sabbion city. 

Mi capitò di transitarci circa un paio di estati fa. Ricordo che il sole picchiava a tutta potenza sulle teste degli umili, e il mio unico riparo erano un paio di occhiali da sole scuri come la vergogna. Avevo appena imboccato la via quando dall’altra parte della strada notai un uomo in sella ad un bici da donna, con canotto a parabola discendente, senza cestino. 
Mi colse un’impressione, nella frazione di secondo in cui guardai distrattamente quella figura - che, da parte sua, non mi degnò di alcuna attenzione. In quel frangente notai il volto sbarbato; la pelle di una tonicità ormai spenta; sessantacinque anni o giù di lì; l’espressione neutra e un po’ altezzosa di chi dal mondo si aspetta delusioni, forse per effetto della disillusione; e i capelli grigi, lunghi e diradati, vanamente ammaestrati in una coda lasca, chiusa all’altezza del coppino. 
Ciò che provai fu pura alienazione: il cervello spense ogni centro di consapevolezza, e attivò una lunga indagine tra gli schedari fisionomici in archivio. Solo dopo una decina di minuti mi fu palese di aver incontrato Bill Murray. Non mi è ancora chiaro, invece, quale pilota automatico mi abbia portato a destinazione. Illeso.

A differenza dell’episodio precedente, nessuna questione mi si pose con particolare arroganza. Forse che il signor Murray mi è sempre parso una persona di indubbia stabilità; oppure, che so, le lunghe elucubrate degli anni precedenti avevano ormai educato l’intelletto ad accogliere i fatti più strani con la stessa razionalità con cui ci si adegua al caffè degli stranieri; fatto sta che alcuni interrogativi continuavano a campeggiarmi in testa: perché proprio a Crema? Che le grandi personalità si stessero dando convegno proprio qui, alla ricerca di un posto tranquillo? Chi sarebbe stato il prossimo? E dove l’avrei incontrato, nella malfamata periferia di St. Mary oppure - ipotizzo - a Crema Novograd?


Quell’incontro aveva generato in me uno stato di attesa febbrile: ero alla costante ricerca di un accadimento straordinario. Avevo abbandonato il lavoro, più convinto che mai di dovermi dedicare integralmente a questi incontri. Dopo la chiacchiera con Tilda Swinton, l'incontro di Bukowski e ora anche Murray, non c'era più alcun dubbio che il prescelto dovessi essere io, e nessun altro. Non avrei mai più permesso di fari sfuggire un’occasione di quel genere. Così avevo ridotto il sonno a tre ore al giorno. Girovagavo in bicicletta squadernando strade, vicoli e viuzze, passando in rassegna volti e persone. Ero così assorbito dalla mia nuova missione che spesso dimenticavo di pranzare e di lavarmi; a dirla tutta, questo mi valse non solo dei ricoveri coatti ma anche sonori richiami dalle Forze di Pulizia. 

Ero troppo preso dalla missione per accorgermi che, col passare del tempo, la mia attività cominciava a destare sospetti. Per le piccole menti la comprensione era uno sforzo insopportabile; presto mi sarei accorto che le istituzioni non erano da meno. 
Esemplare fu l'episodio che mi regalò nuova celebrità, e devo dire a mio malgrado, a distanza di anni dal mio passato di reporter da strada. Il 27 di maggio dell’anno scorso mi trovavo nei pressi della Colombo Avenue. Grazie a un'imbeccata provvidenziale, stavo finendo di intervistare un cinquantenne Marc Knopfler ancora in ottima forma. Me l'ero lavorato per bene, e pregustavo il momento della domanda finale, spiazzante, il botto che non ti aspetti al termine di un magnifico spettacolo pirotecnico. Ma prima che potessi muovere un labbro, due agenti nerboruti camuffati da paramedici mi portarono via di forza (agenti in incognito, ne ero certo, mercenari al soldo dello Star System, intervenuti a un soffio dal più grande capolavoro investigativo cremasco: il mistero delle celebri apparizioni). Distrussero ogni prova, ogni appunto e traccia vocale che avevo registrato; usarono ogni mezzo per insabbiare l’evento. Per depistare i testimoni oculari, armarono la macchina del fango passando alla stampa l’ignobile velina: il primo TSO nella storia di Crema, per un matto puzzolente avvistato a sbraitare in mezzo alla strada con un cartonato di Marco Travaglio. 



Nove mesi di psicanalisi quotidiana mi hanno completamente ristabilito. Ora sono un uomo stabile, ho un lavoro, in ufficio; ogni tanto aggiorno il blog, e questo mi rende felice. Anzi, se mi devo raccontare fino in fondo, credo proprio che in vita mia non vi sia altro scopo che tradurre ogni inezia in un’avventura. Finché avrò di che scrivere, potrò dire che sono vivo.

Nonostante i timori iniziali, ora che posso mettere il punto a questa storia mi sento soddisfatto. Credo di aver fatto pace con il mio passato, anche con la vicenda che ho appena raccontato. Dico di più: oggi mi sento così forte che proverò a tornare in sella alla fedele Frejus. Posso farlo, serenamente.



Da una nota anonima su Facebook:

1-apr-2021

Regaz, questa è veramente da non credere. Stamattina ero in giro in bicicletta per le strade di Crema centauri, tipo spola tra Sabbion City e Ombriangeles. Mi facevo sonoramente i cazzi miei, coi vecchi compatrioti che mi urlavano del gran punk rock negli auricolari. A un certo punto che succede? Dall’altra parte della strada sfreccia un’altra bicicletta: un tizio con capelli mossi, occhi chiari, naso imponente, stramba fisicità. Regaz era Daniel Stern! il ladro di Mamma ho perso l’aereo! Quando mai non l'ho fermato...