Una cosa di cui vado fiero sono i miei sogni: giovani e ribelli.
Dico giovani perché non c’è nulla di pratico in ciò che il cervello mi propone nottetempo, proprio come in ogni esistenza che non si sia ancora arenata nella fase adulta. Quando si è giovani tutto è ideologico, teorico, impalpabile; così è anche nelle mie perturbazioni oniriche.
Sogno di volare e teletrasportarmi e fare cose che infrangono ogni regola fisica. Vivo alla grande, senza il minimo rispetto delle conseguenze o delle regole sociali. E quando faccio l'amore, ah!, lo faccio in modo astratto e surreale; con persone che non sono persone - e che nonostante ciò non sempre accondiscendono alla mia libido; dentro a spazi che non hanno dimensione; in un tempo che si restringe e si dilata proporzionalmente al piacere. Un atto erotico di pura fantasia, come lo è stato per lunghi anni nella mia sofferta adolescenza. Ma non è questo il punto.
Ho sempre relegato la concretezza alla vita reale. L’altra notte, però, qualcosa è cambiato.
Mi trovavo per le strade di un paesino di vacanza. Lo so per via di alcuni particolari: una camicia a mezza manica, un paio di pantaloncini larghi e logori e, poco sotto, uno di scarpe da skate - da qui, nessun dubbio che il protagonista fossi proprio io. Il paesino era un posto qualsiasi, probabilmente sul mare, con una decina di quartieri e decine di caseggiati edificati a metà del secolo scorso con colori vivaci, sebbene ormai scrostati dallo iodio, incasellati in isolati sghembi, dove filiali ed agenzie confinano con le piccole scalinate d’ingresso delle case più antiche, e le vecchiene sedute per strada a far da spot a un’economia terziarizzata con radici ancorate alla tradizione.
Suppongo.
Camminavo sul lato sinistro della strada, sopra il marciapiede. Stavo puntando ad un piccolo ortofrutta col baldacchino che sormontava l’ingresso. Era uno stanzino cubico, piuttosto buio considerando il sole delle ore boh che picchiava impietoso. Per quel che si poteva indovinare, l’interno si presentava zeppo di cassette in plastica e legno, guarnite di frutte e verdure di ogni forma e colore. Non aveva un vero e proprio ingresso: delimitavano l’entrata, a mo’ di ostacolo, altre cassette impilate, piccoli palazzi verdoni con una certa quantità di ortaggi freschi in terrazza.
Un particolare abbastanza curioso era lo spartitraffico appena fuori dal locale: le strisce pedonali principiavano all’entrata del negozio e terminavano a metà strada in due piccoli assiepamenti di ananas e cespugli di verzure, per poi riprendere e concludersi sul lato opposto della strada.
In qualità di cliente avevo appena finito di imbustare tre mandarini profumatissimi e mi accingevo alla pesa - secondo dei tre passaggi necessari alla procura di cibo in questo mondo iperburocratizzato. All’atto pratico ecco sorgere il problema: di tutti i tasti mancava proprio il 77, i mandarini. Certo, c’era pure il 73, le piccole arance, ma l’etichetta posta sotto a miei frutti non ammetteva equivoci: il numero corretto era il 77.
Così mi sono fatto forza e sono entrato. Per comprendere l’angustia del locale non è necessario vederlo, basta un cenno alle figure di governo: due nevrosi acute in grembiule e mezze maniche. La prima, alta e magra, se ne stava nell’ombra; mi ricordava una carota, con la faccia deformata dalla repulsione. La seconda, molto più tozza e gonfia ai lati, aspettava anche lei defilata ma in un angolo più luminoso, dov’era possibile capire ciò che la costipava in quel modo: dosi elefantiache di ira e la violenza repressa di un esercito sotto anfetammine. Col sacchetto in mano, mi sono avvicinato alla seconda, l’odio a forma di pera.
[qui inserirò un paio di scambi verbali a mero beneficio del racconto: il lettore converrà che durante il sogno le voci non vengono “udite” ma captate, come per telepatia]
“Scusi”, le dico, “la pesa non ha il tasto per i mandarini”. Il suo sguardo tracima rabbia e disapprovazione. Mi strappa il sacchetto di mano e raggiunge un attrezzo malconcio, dimenticato in un angolo, con un piatto e un display. Digita un numero e l’apparecchio inchiostra la sentenza su un’etichetta: 10,99 euro. Mi riconsegna la spesa e fa per mettersi in marcia verso la cassa.
Guardo l’etichetta e sbianco. Mi coglie il sospetto che sul piatto c’abbia lasciato pure un paio d’etti di truffa. “Scusi ancora”, le dico interdetto, “che numero ha digitato?”. Lei si volta e abbaia qualcosa che nella lingua locale poteva tranquillamente essere 77.
Dieci euro e 99 centesimi per tre miseri mandarini. Prima di saldare l’esorbitante cifra, rimango immobile a fissare il sacchetto che mi penzola tra le mani. “Non è neppure biodegradabile”, penso osservando la sportina in plastica trasparente.
Ancora basito, apro una piccola ferita nel portafogli ed estraggo con riluttanza il contante.
Nello stomaco sento che mi fermenta un moto di rimostranza, una necessità di liberazione che di così accese non ne provavo dalla prima volta che passai la lama del rasoio sulla mia pelle adolescente, disboscando tre peli e 50 brufoli. Mi sento cambiare, mi percepisco nel pieno di una metamorfosi.
Ormai ci siamo: è il richiamo della transizione alla vita adulta, alla maturità.
L’esercente è davanti a me. Allungo il pugno con i soldi, e intanto la guardo dritta nelle palle degli occhi con disprezzo atomico; lei, cortese, mi restituisce uno sguardo da cane assassino. “Se lo lasci dire, signora”, affondo alzando il sacchetto dall’uscio del locale, “questo è uno scandalo”.
Ed esco, graffiato ma trionfante.
Nota conclusiva a beneficio del lettore
Il termine talamore, che appare nel titolo, non è un grammelot né un gioco di parole: in dialetto cremasco indica le ragnatele, qui usato per rievocare l'immagine dell'antichità, della vecchiaia.