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Scienza dei regali: funziona se non ci pensi (parte 1)

 



Prologo: questo post è diviso in due parti: la prima – la presente – è un preambolo pseudo-autobiografico, un incipit da record al più ampio tema della scienza dei regali; la seconda è un contributo dalle velleità divulgative che propone ricerche scientifiche, autorevoli pareri
et esclusivissimi segreti di babbo natale sulla incredibile arte del dono, per cavarvi d'impaccio alle porte di dicembre e sentirvi finalmente dei veri ganzi.


Per deficienza mia, non sono mai stato in grado di fare regali. Non mi riesce. Da piccolo non avevo soldi, quindi reimpacchettavo oggetti trovati in casa e li ficcavo sotto l'albero di Natale senza troppa vergogna. Forse pensavo che se quella roba non era ancora sparita, qualcuno ancora avrebbe potuto apprezzarla. Tuttora la ritengo la migliore strategia mai adottata.

Cresci, cresci e diventi sbarbo. Sul culo ti lievita una pezza in cui, in rari e ben scadenzati periodi dell'anno, appaiono foglietti colorati e metalli circolari. Scopri che hanno un valore di scambio. Li utilizzi perlopiù per i beni di prima necessità: figurine e goleadòr. Ogni tanto qualche giovane bisnessmèn li scambia compiaciuto con le sue carte dei pokèmon che, ti giura, gli piange il cuore a dartele ma tu in fondo sei suo amico, quindi trenqui e siamo a posto così. I regali appaiono ai compleanni e sono ancora sotto completo patrocinio di mammà.

Mentre i primi brufoli ti sfigurano un volto ancora fanciullesco, dai pèrènz più danarosi iniziano a fluire mance periodiche. (Questa fallacia causerà, in tarda età, la filastrocca dell'amore a due diottrie tra un notaio venuto al mondo tra le scorie nucleari e una gnocca intergalattica di 30 anni più giovane). Con quel piccolo surplus, tu e quei pischelli amici tuoi innalzerete al cielo eserciti di cannocchiali in vetro con valore etilico compreso tra i 5 e i 40, succhiati in assise nelle notti più malandrine. Per i regali, i soldi sono ancora meno della fantasia. Si fa colletta e si recupera un indumento a caso, che il prescelto sfoggerà fino all'università e forse oltre.

Gli anni passano ma l'incapienza rimane. L'amministrazione delle finanze si fa cosa seria al principio dell'università. Sei perennemente stordito: dall'ansia metropolitana, dagli sciami di dame, dall'insalata mistica, dalle prime forme di militanza civile, dagli studi, da un processo di maturazione che poi, in realtà, è poco più che all'inizio. La ricciolina che lumi da mattina a sera ti manda in visibilio. La ricopri d'attenzioni e di piccoli premi per ogni giorno passato senza scaricarti come piscio da un treno in corsa. Passi dai gelati ai braccialetti, dalla pizza ai ciddì, dal ciondolo al week end al mare e via così via, fino all'apertura del finanziamento presso la filiale interna – pliiiis, genitori adorati non sto cercando inconsapevolmente di mascherare la mia insicurezza comprando il suo assenso momentaneo in questa sorta di corteggiamento invero più conforme ad un periglioso tentativo d'acquisto che non all'instaurazione di un rapporto basato sulla fiducia e l'affetto e l'apprezzamento reciproco. Ma la grana prima o poi finisce. Se il cielo vuole ti laurei a calci in culo. E scopri che la ricciolina, in realtà, c'aveva i capelli lisci come spaghetti, bolliti e scolati tra le lenzuola del nuovo boyfriend. Per i soci – fidati ma delusi – non c'è più budget.

Trovi un lavoro. Ti ri-tiri insieme. Patente d'evasione: ripristinata. Uno, sei, dodici mesi e sei di nuovo in carreggiata. Procedi. Celebri i traguardi, tuoi e degli altri, selezionando i doni più adatti all'occasione. Sigilli amicizie con le uve più sincere. Nei momenti più difficili ti consoli con qualche malto che un amico ti ha regalato, utile ad assorbire il rumore che ti circonda. Una donna ti trova e ti nomina principe  tu, rospo giurato. Tutto sembra oliato. L'automatismo funziona, finché un bel giorno decidi di dare un'occhiata all'ingranaggio. Manca meno di un mese a Natale e agli occhi dei tuoi parenti sei un adulto. Come loro: hai gli stessi acciacci ma sei abbastanza fortunato da non sapere che quel buffo calendario a scomparti che, di tanto in tanto, compare qua e là si chiama portapillole, e custodisce una percentuale di sopravvivenza tra il 20 e il 70 per cento. Sei pervaso da un desiderio di reciprocità che va al di là dell'autentica gratitudine. Vuoi imprimerla in un simbolo tangibile. Sì, ma quale? Come dev'essere? Con che significato? Merda, come si fa un regalo?


Immagine di copertina: Mohamed Hassan @ Pixabay


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