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Idioti: parte dai social la conquista del mondo

 

Il "pubblico di massa", The Onion Movie (2008)


Internet dà diritto di parola a legioni di imbecilli” (Eco)

 “Io non parlo delle cose che non conosco” (Nanni Moretti)

 “Ciò che è notevole [...] è quanto poco sappiamo dell'ignoranza” (Proctor, Schiebinger)

 “...ero l'unico a sapere di non sapere, a sapere di essere ignorante” (Socrate, attribuita)


Premessa: mi sono fatto uno sbattimento importante per mettere in ordine un po' di informazioni in modo che avessero un senso. Se siete irrimediabilmente curiosi, ansiosi o pigri, non avete pazienza di leggere ma volete sapere cosa spinge le persone a scrivere idiozie sui social, potete scrollare fino alla versione liofilizzata, alla fine del contributo. In tal caso: grazie tante.


È successo qualche giorno fa ed è andata più o meno così. Il direttore di un giornale per il quale scrivevo mi invia uno screenshot. Commentando un articolo sui social, un lettore insinuava dubbi sulle statistiche dei ricoveri per covid. Per chiarezza, la redazione risponde ribadendo che i dati sono (stati) diramati dalla direzione dell'ospedale. Lui rincara la dose, affermando che la direzione mente. Gli viene chiesto di fornire le prove. Allora glissa e affonda: basta la logica a capire che i numeri sono gonfiati. Interviene infine un dipendente dell'ospedale che conferma i dati e chiede a che pro un ospedale dovrebbe mentire in quel modo – a quel punto mi disconnetto.

Questa storia, alla pari di molte altre, mi lascia alcuni interrogativi: cosa spinge una persona a esibirsi in una figura di merda monumentale? Che fine ha fatto il timore di avere torto, di essere sbugiardati in pubblico? Perché lo scemo del villaggio ora è sindaco? Cercando una risposta, ho capito che è una questione ampia e ha che fare con i social, la cultura e la società. Partiamo dall'aspetto più conosciuto.


L'ignoranza lievita nei social

I social network rendono le persone più stupide – questo vuole la vulgata. Come spesso accade, il luogo comune è sbagliato. Gli studi scientifici condotti finora non dicono nulla di tutto ciò: piuttosto, evidenziano che alcuni tipi di persone sono più propensi ad utilizzare i social. Un'altra scoperta è che la decisione di postare un contenuto su Facebook ha a che fare con la ricerca dell'influenza e del riconoscimento – secondo alcuni, subentra poi una sorta di dipendenza indotta.

Di sicuro, le tecnologie IT e i nuovi media hanno cambiato le nostre abitudini, ampliando il volume di informazioni e contribuendo a diffondere l'ignoranza. Ai giornali e ai media tradizionali hanno affiancato nuove fonti, nuove storie e più notizie. Più prodotti, sì, ma meno duraturi. Ogni contenuto deperisce in fretta; altri continuano a nascerne. Una delle principali fonti di fruizione delle notizie sono proprio i social network. Al loro interno, le informazioni non si diffondo in maniera lineare ed equidistribuita ma tramite “bolle” e camere dell'eco, che ripropongono e amplificano solo determinati tipi di contenuti, alimentando un'informazione più che parziale. Al vertice, gruppi politici e interessi commerciali. E questo è il primo punto.


Più informazioni, meno conoscenza

Più possibilità abbiamo di informarci, meno lo facciamo. Sembra un paradosso, invece è realtà. Funziona così nell'era della post-verità: il vero – osservano i sociologi – lo stabilisce il mercato della verità, dove i cittadini agiscono come consumatori. Ogni fatto diventa un'opinione e l'unica che conta è quella del consumatore. Oggi la verità ha a che fare con la moda, più che col ragionamento e il pensiero critico. 

Di fronte a questi meccanismi, l'istruzione non può nulla. Imponendo un modello di pensiero rigido, ed evitando accuratamente di dibattere questioni sensibili e spinose, sforna ogni anno plotoni di “idioti istruiti”, sprovvisti del minimo senso critico. 

A ciò si somma l'effetto della tecnologia e dei nuovi media – Google, ad esempio – ai quali abbiamo appaltato il ragionamento e la critica. Il risultato? Uno studio recente sul debunking ha mostrato che smascherare una bufala ha il solo effetto di spingere chi ci crede a crederci ancora di più. Ricerche condotte in campo sociale e comunicativo mostrano che non esistono vaccini per la disinformazione: l'unico metodo è la prevenzione, educare a pensare, per proteggersi in maniera più efficace. Il problema è che il senso critico, la capacità di valutare più prospettive, non s'insegna: avere un'unica prospettiva è comodo e rassicurante e consente di esprimersi su tutto pur senza conoscere approfonditamente nulla.


Comunità di idioti

Studi in ambito sociologico affermano che nella società della conoscenza l'informazione non è più una risorsa rara: lo sono l'attenzione e l'interesse. Se l'ignoranza dilaga, le persone preparate diventano minoranza e vengono relegate a posizioni sociali inferiori. Professionisti, ricercatori e scienziati perdono voce e influenza; in questo, i ridimensionamenti imposti dalla politica sono solo una parte del merito. Sorgono intere comunità di idioti, incompetenti che esternalizzano il compito del pensiero ad altri e ridicolizzano chi utilizza logica e ragionamento. L'idiozia è attraente, rassicurante e riposante; funziona perché incarna il piacere di ritornare allo stato umano primitivo. Come nel mondo animale, gli idioti si organizzano in gruppi e colonie, attorno a regole e valori, e ne difendono i confini trattando il diverso con ostilità. Non dovrebbe stupire, quindi, che in quanto ad idiozia e attitudine alla stupidità l'uomo è la specie terrestre più dotata e competente.


Il vortice dell'incompetenza

E più siamo incompetenti, meno ce ne accorgiamo: è il famoso effetto Dunning-Kruger. Ma perché è così difficile riconoscere la propria incompetenza? Secondo gli studiosi, un successo si verifica quando la persona è abile, si impegna e – possibilmente – ha la sorte dalla sua. Per l'insuccesso basta invece che uno solo di questi fattori venga meno. Perciò, anche di fronte a un feedback puntuale che indica una mancanza di abilità, è possibile attribuire il fallimento ad altri fattori. 

Tutto qui? Gli irriducibili del sorriso si rilassino. In uno studio sull'intelligenza delle persone,  il professor James Flynn sostiene che abbiamo buone ragioni per ritenere che l'intelligenza umana si stia abbassando – si tratta dell'effetto Flynn inverso. Mentre il secolo passato ha richiesto maggiori abilità rispetto al precedente, e il quoziente intellettivo (QI) è aumentato di conseguenza, il ventunesimo potrebbe richiederne di meno e il QI potrebbe diminuire. Non solo: è anche possibile che lo sviluppo della società abbia raggiunto livelli ottimali in fatto dsalute, nutrizione ed educazione, per cui non esistono stimoli biologici all'evoluzione del potenziale intellettivo. L'opinione dei ricercatori Ramus e Labouret è che potremmo aver raggiunto il picco di QI. Ma il decadimento osservato potrebbe essere una semplice fluttuazione.


Come riconoscere un idiota

Stupidi e incompetenti sono la costante di ogni epoca. Tuttavia, il guaio peggiore potrebbe non essere la diffusione dell'ignoranza, bensì la mancata trasmissione della saggezza. Gli imbecilli hanno delle caratteristiche comuni: la falsa onniscienza, cioè la convinzione di conoscere tutto, o tutto ciò che c'è da sapere; un ottimismo irrealistico rispetto alle loro idee, reputate buone semplicemente perché loro, cioè di persone che si reputano intelligenti; la sensazione di onnipotenza e la presunzione di uscirne indenni; lo stile arrogante e sprezzante delle regole. Non riescono a riconoscere l'imbecillità dei loro leader perché ne sono attratti, li percepiscono simili a sé. Non si tratta più di semplice mancanza di conoscenze, bensì di giudizio. Molto più che nei secoli scorsi, ogni persona, oggi, è in grado di produrre danni irreparabili, all'uomo e all'ambiente che lo circonda. Gli idioti sono tossici, pregiudicano lo sviluppo della società


Stupidi, e pure supponenti

Dal reale al digitale, la categoria peggiore è quella degli stupidi supponenti. Fuori dagli uffici e dai bar, infestano l'internet e i social media, spingendo gli intelligenti e gli assennati a rinunciare al confronto e a ritirarsi in silenzio. E proprio grazie alla loro arroganza – e all'impossibilità di convertirli – conquistano spazi sempre maggiori. Nel loro studio più citato, Dunning e Kruger spiegano che per rendere una persona consapevole della sua incompetenza bisogna farla diventare competente. Un primo passo per farlo è ammettere che il problema esiste: “anche se personalmente cerco di non chiamare stupida una persona – si legge in questo illuminante contributo su Medium – penso che sia giusto ammettere che le persone stupide e supponenti esistono, che rendono la vita più difficile, e che tutti dobbiamo migliorare nel gestirle, per evitare che ereditino Internet”.

Chiunque là fuori si senta oppresso di fronte a un commento idiota; chiunque si senta stremato dal risucchio gravitazionale che generano le tonnellate di merda-senza-senso dei negazionisti e dei complottisti; chiunque, là fuori, abbia ancora abbastanza dignità e sia in grado di provare un senso di vergogna di fronte alla propria ignoranza: tenete duro, e commentate. 

Iniziate da qua.



Versione liofilizzata 

Pochi giorni fa Umberto Galimberti, uno dei più noti pensatori italiani contemporanei, intervistato ad Atlantide in merito a covid e negazionisti ha detto: i social sono stati la vera fucina delle manifestazioni negazioniste. Nel social uno scrive senza riflettere. Io ho un'emozione, scrivo una riga corrispondente a questa mia emozione. Ma se passo dall'emozione alla scrittura senza un minimo di riflessione, non adotto quel minimo di atteggiamento critico di verificare se la mia emozione è giustificata oppure se è semplicemente un moto viscerale. Sui social il moto viscerale funziona ed è molto diffuso”. 

Trovo sia una sintesi efficace, ancorché naturalmente incompleta, del più vasto fenomeno dell'ignoranza sul web, che ho cercato di rappresentare poche righe più su. L'intervista completa a Galimberti si può recuperare a questo link.



Materiale e documenti consultati:

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" ...un successo si verifica quando la persona è abile, si impegna e – possibilmente – ha la sorte dalla sua. Per l'insuccesso basta invece che uno solo di questi fattori venga meno ". [da: Idioti: parte dai social la conquista del mondo ]  Lo ammetto fin dalla prima riga: non ne posso più dei motivatori . Non sopporto chi mi vuole insegnare a vivere la vita e men che meno chi mi vuole spronare a tagliare traguardi professionali a tutti i costi.  Da qualche tempo sui social – e in particolar modo su LinkedIn – riverbera il ritornello per cui il segreto del successo è la fiducia in se stessi . Secondo i guru della motivazione, se non hai il lavoro dei tuoi sogni è perché chi ti ha scartato non ha saputo riconoscere il tuo valore. Come succede ai “normali”, è successo anche a professionisti. Qui di seguito, propongo quattro storie  ricopiate pari-pari dai social network, dove hanno spopolato. Sylvester Stallone : prima del successo si ritrovò così disperato da vendere il s...