[pubblicato su facebook il 1-mag-2020]
Regaz, ci sono due tipi di persone al mondo: chi in un albero ci vede la vita e chi invece solo una pianta.
Io ci ho sempre visto una casa. E come me anche pochi altri, tutti amici miei. Gente giusta, col cervello nelle mani.
Eravamo una manciata di lavoratori senza barba né stipendio, ben oltre i concetti della legge e dello sfruttamento: biosindacalisti allo stato puro. Cercavamo il futuro senza guanti tra i rovi di more.
A quei tempi per noi era un po' come sentire un richiamo ancestrale. Le sirene flautavano tra i rami e le foglie degli olmi e degli aceri. E noi le seguivamo arrampicandoci con passione, mossi dall'esigenza di staccare i piedi dal suolo, di evadere dai pomeriggi fatti di quaderni e merendine preconfezionate.
Aspettavamo la campanella del fine settimana come si aspetta la gloria eterna. Pura libidine quando l'ombra delle case si spegneva dietro alle porte cespugliose del bosco, sgommando addosso ai crucci e alla noja. E più salivamo più ci sentivamo liberi, senza il bisogno di ambire del cielo.
(Noi) vivevamo tra chiodi, assi e martelli. Come per tutti i più grandi scienziati, l'unica strada possibile era la sperientazione. Sopperivamo alle lacune tecniche con arguzia e tenacia. Avevamo una gran fibra, regaz, e il fallimento, allora, era ancora un banalissimo esito, una mera probabilità – alla stregua di tutti gli altri.
Impiegavamo il tempo a osservare, ideare e inchiodare pareti e scalette, a dare forma al nostro mondo. Perché di quello sentivamo un tacito ed irrefrenabile bisogno.
Graffi, e poi sputi disinfettanti.
Colate di sangue estinte sulle tasche dei pantaloncini.
Schegge metabolizzate come molecole qualsiasi.
Tatuaggi permanenti di un passato maiuscolo, oggi adeguati a un corpo cresciuto suo malgrado.
Là, dove la natura si è ripresa il palcoscenico, una parte di noi ancora resiste tra i rami e le foglie. È un'asse segata sbilenca; un'incisione sulla corteccia, fatta col cacciavite; il calcolo della perpendicolare per fissare un altro pannello.
A tutti noi, che siamo stati lavoratori prima dell'INPS, degli scioperi e delle buste paga, a tutti noi dovremmo dedicare la Festa del lavoro. Dell'unico, vero lavoro.
Quale, lo sapete.