[pubblicato su facebook il 22-mag-2020]
Regaz, c'è qualcosa che mi sfugge - ancora non capisco cosa.
In questa quarantena ho scoperto di avere una dote notevole: perdere tempo in maniera originale. Ecco una breve lista di esempi:
- domattina leggerò almeno 40 pagine. Tradotto: tre ore nel giardino, interrogando piante e piantine con la lente d'ingrandimento;
- stasera mi guardo un film. Invece: quattro ore a riordinare libri tramite una scala che va da pulp a Stefano Benni;
- oggi scrivo un po'. E poi: pomeriggio con le mani nell'armadio. Per trovare cosa?
Insomma regaz, ogni giorno una cazzata diversa.
Se ci pensate, è incredibile quanti modi per procrastinare esistono. Più si cerca di mettere ordine e meno ce la si fa, perché all'aumentare dei buoni propositi cresce la percentuale di fallimento. Che poi alla fine, se la vogliamo buttare sulla matematica, tutto si risolve con la classica formula:
buoni propositi = 1 / 'sticazzi.
Per scappare dalle buone intenzioni esco di casa e mi immergo nella natura. Di tanto in tanto trovo riparo accanto a ciuffi d'erba matta, altre volte garrisco sui rami alti come una foglia adolescente. Mi sdraio tra le braccia del cugino albero e lascio che la sua chioma verde mi racconti le ultime novità. Basta poco per affrancarsi dagli affanni.
Per qualche strana ragione, però, i fastidi hanno un GPS potentissimo. Puoi scappare, cambiare universo: troveranno comunque il modo di manifestarsi, anche sotto altre forme. Così, mentre gusto l'idea di abbandonare tutto e farmi adottare da una foresta di conifere, la natura mi sfoglia in faccia il catalogo degli oneri e delle debolezze della specie supposta più evoluta del pianeta.
Sopra la mia testa, da un cesto di rametti qualcosa inizia a pigolare ininterrottamente contro il mondo. Un pennuto cerca di lenire il disturbo portando in dote un paio di larve dall'aspetto disgustoso. Poco più in là, dove il bravo cugino mi propone un frutto ancorché acerbo, una coppia di cimici è in pieno accoppiamento. O forse dovrei dire in pieno stupro – chi conosce la brutalità della riproduzione tra pentatomidi sa di cosa parlo.
Decido che la situazione s'è fatta un po' troppo caotica, quindi ringrazio e tolgo il disturbo.
Ristabilisco il giusto livello di serenità nel sangue solo disegnando gimcane nell'erba profumata. Quando guardo in su, il sole batte ancora rovente nel cielo. Così, al primo fungo mi fermo per beneficiare della sua ombra sporiforme. Stavo giusto per iniziare un trip coloratissimo quando dalla vegetazione più prossima sento levarsi un gran trambusto, come uno stormo di piccioni in stangind ovation. Cauto e un po' scocciato mi avvicino alla sorgente acustica. Scostando un filo verde trovo due insetti – scarafaggi con la pelliccia da pompogna – darci dentro come sedicenni in calore. Imbarazzato e sconfitto, me ne torno verso casa.
Chiuso nella mia stanzetta riaggomitolo pensieri e sensazioni. La cultura della serenità, il puntuale richiamo della natura, il dovere ancestrale di rispondere ad almeno uno di questi stimoli.
Mentre divago mi scappa l'occhio sull'anta dell'armadio, aperta a metà. Tra il disordine, qualcosa è scivolato fuori. Luccica d'azzurro. Sopra si legge: “conservare in luogo fresco e asciutto, lontano da fonti di calore. Maneggiare con cura adagiando sulla punta e srotolando fino alla base...”.
Affanculo i buoni propositi.