[pubblicato su facebook il 13-mar-2020]
Point San Quentin, braccio Sud
È iniziata una nuova settimana, almeno così dicono. Non so come sia successo, fatto sta che mi sono svegliato con la primavera nelle mani. Mosso da un desiderio di rinnovo, ho aperto un vecchio armadio stracolmo di libri delle scuole superiori.
Ravanando tra manuali, insufficienze e rimproveri mi è saltato in mano un vecchio diario. Intonso, come nuovo. L'ho fatto frusciare sfogliando velocemente le pagine; in risposta mi ha spernacchiato un foglio a quadretti ripiegato a metà. Incuriosito l'ho aperto: «Amore – recita l'incipit – ti sto scrivendo perché sento il bisogno di dirti una cosa, che ti dico tutti i giorni ma che non basterebbe gridare nemmeno se ci fosse l'eco a ripeterlo all'infinito: ti amo veramente tanto!». Una lettera d'amore! Con un balzo ero a letto in perfetta posa Cioè: pancia in giù e gambe all'aria, mobili come le zampe del felino paffutello che saluta alla cassa del ristorante cinese.
La curiosità era fortissima. Volevo sapere di più, riconoscere il volto dell'amore covato e perduto tra i banchi di scuola. Sono saltato subito alla firma: non c'era, al suo posto solo una misera nota a matita. Sciagura, delitto, sfiga atroce! Poco male, ho pensato predisponendo la perizia grafologica. Tratto blu, leggero, stile tondeggiante d'amore e tirato col mattarello.
Niente da fare. Le deduzioni stavano a zero. Jessica? Forse Alice? Mi hai mai amato, Manolo? La dolcezza del dubbio mi spingeva ad approfondire.
La grafia non mi era d'aiuto più di quanto non lo fosse il contenuto.
Nel proseguo della lettera la bella anonima affidava alla penna le sue emozioni più sincere. «L'estate passata insieme è stata meravigliosa», scolpiva delicata sul foglio. Era vero, lo si percepiva. La nostra era una relazione affettuosa, alla crema pasticcera. Certo: per quanto ci s'avvicinasse, non poteva essere la perfezione: infatti, graffiava lei, «la settimana che eri via mi sei mancato veramente tanto». Ma i momenti brutti erano rari, soffici e passeggeri, come deliziose amnesie d'agosto. C'era spazio soprattutto per la gioia, la spensieratezza, il gioco. C'era stato anche il momento cruciale, rivendicava con l'inchiostro, solenne al cospetto di dio: «abbiamo affrontato un passo molto importante: abbiamo fatto l'amore ed è stato stupendo, non avrei potuto affrontare questo passo diversamente». Aggiunge appena dopo (di proposito, mi piace pensare): «mi stai dando tantissimo, non finirò mai di ringraziarti».
Ragazzi, c'ero dentro in pieno. Più proseguivo più la lettera mi trascinava con sé. Sentivo il cuore sbizzarrisi come un cavallo cocainomane. Ad ogni riga mi si riempivano gli occhi di lacrime e la faccia di brufoli. Era come cercare di scavare nella traccia emotiva scavata secoli fa, forse l'altro ieri, e che ancora riuscivo a ripercorrere, proprio come allora. «Non basterebbe l'eternità a dimostrarti quanto sei importante per me». Ho voltato pagina, mi è venuto il ciclo.
L'amore, l'adolescenza, la spensieratezza: esiste qualcosa di più bello?
Qualcosa, però, continuava a non tornare. Il sospetto aveva forme narrative ben precisi. Ad un'analisi meno sommaria, non c'erano nomi né vezzeggiativi. Era come se ogni marcatore – ogni riferimento contestuale – fosse stato minuziosamente omesso. Ecco cosa: non riuscivo a risolvere il dilemma perché l'anonima innamorata non lo voleva. Non connotava eventi, come per fissare la storia in un tempo e in uno spazio imprecisati, ovunque e da nessuna parte! In poche parole, questa lettera era il modello, la struttura profonda di ogni lettera d'amore: il tesoro perduto del capitano Moccia.
Le mie speranze hanno iniziato a vacillare pericolosamente allo schiudersi degli unici due riferimenti rivelatori. Il primo alla riga settecentotrè: «hai paura perché sono un po' più giovane di te», dove l'attenzione – lo sottolineo al lettore – va rivolta all' 𝘶𝘯 𝘱𝘰'. Il secondo, a stretto giro, formava una combinata letale col primo: il mio (?) imminente abbandono del nido genitoriale. Poteva essere che mentissi per scaricarla? Per quali motivi non le avrei dovuto dare una seconda possibilità? E soprattutto: a chi?
Dopo questi sospetti, il resto del testo non aveva più sapore. Senz'anima, come un'informativa bancaria. Ma il dubbio era lancinante: dovevo sapere. Non potevo più rimanere senza risposte, così mi sono precipitato all'ultima riga. Ho guardato, letto e riletto; ho passato il foglio in controluce; ho steso polvere di grafite per scorgere eventuali graffi in rilievo. Non appariva nessuna firma, nessun autografo, nessuna sigla.
La risposta mi è giunta solo dopo. A volte la vita è come uno stereogramma: ne intravedi il messaggio solo abbandonando il primo piano e guardando oltre.
Poco sotto l'ultima riga, scritta a matita, campeggiava una frase:
“Che dici, se gliela mando così va bene? Consigli? Correggi gli errori, pliiiis”.
Ho preso la penna rossa e un foglio nuovo. Il titolo: le mie storie d'amore.