[pubblicato su facebook il 19-gen-2020]
Regaz, in laguna tutte le strade portano al vaporetto. Ma non è questo il punto.
Seduto al tavolo di un classico bacaro locale ripercorro il terrore di qualche attimo fa. Addento la mia pietanza al doppio manzo e cheddar e ringrazio il cielo di averla scampata. Quello che sto per raccontare potrebbe sembrare fantasia ma vi assicuro che è la più fedele approssimazione alla realtà che il panico mi consenta di ricordare.
Per qualche strano caso, quando ho staccato le mani dal volante avevo da poco attraversato il ponte che separa Venezia dalla vita reale.
Come sempre quando voglio esplorare una città, ho spento il cellulare e mi sono incamminato in vicoli e viuzze che qui chiamano calle e un sotoportego. Venezia è così: tutto un “ti disi” e “cassi tui”, prima ti seduce e poi t’incula.
Decido di fare la mia prima esperienza anale in un minuscolo locale sorto nell’incavo di via Diqui e calle Ghesboro. Mi lascio tentare da un cartello che promette spriss e biceri de vì a 3 euro l’uno.
- Ciao mister - mi fa l’oste con sguardo amichevole - gheregore maramao?
Gli chiedo gentilmente di tradurre in italiano.
- Cosa ti servo?
- Uno spriss - gli dico tentando un approccio antropologico.
Pago e mi accomodo in attesa che mi servando la mia medicina, irrimediabilmente sedotto da queste belle usanze. Rifletto sul fatto che la Venezia mascalzona e proibitiva tratteggiata dagli stranieri è solo un cliché. L’aperitivo a prezzi abbordabili è il metro di misura della civiltà.
Quando mi arriva il bicchiere ho un sussulto di realtà: nel contenitore dorme pigro un sospetto di aperol coccolato 3 - tre! - bollicine di bianco, in dosi omeopatiche. Colgo l’antifona e ordino uno shot di vaselina d’accompagnamento.
Buttando un piede avanti all’altro mi ritrovo in piazza San Marco. Tre minuti di perlustrazione mi valgono 4 comparse in altrettanti selfie, 2 primi piani e una richiesta d’autografo. Decido che la vita mondana non fa per me e mi dirigo altrove.
È nei pressi di un sotoportego particolarmente scuro e umido che accade il fattaccio.
Spinto da un irresistibile magnetismo devìo dalla folla e taglio in un calle discreto. Più avanzo più i lati si stringono, sviluppandosi proporzionalmente in verticale. Le finestre, a tinte chiare, sono tutte chiuse. Di tanto in tanto qualche porta s’affaccia timida sulla via. Nulla lascia pensare che sia un posto abitato, tranne un paio di brutti ceffi bassi e tarchiati, che da lontano iniziano a guardarmi. Rallento il passo, come a ostentare sicurezza. Riparandomi dietro lo scuro delle lenti percepisco nitido il loro sguardo torvo, azzeccato pendant al collo ritratto nelle spalle. E più cammino più sento un’insensata angoscia brulicarmi dentro.
Troppo tardi per tornare indietro: ormai siamo a pochi metri di distanza. Passo in rassegna tutte le peggiori sfighe del mondo e lascio che il panico mi pervada. Ancora un paio di passi e sarò faccia a faccia con loro, che con lo sguardo continuano a farmi brutto mentre confabulano nella loro lingua. Se morirò, penso, almeno sarà a Venezia.
Ci siamo. Solo pochi centimetri ci separano. Mi fermo, sforzandomi di guardarli in faccia.
- Ti’ - fa uno - casso guardi?
- Zè mica gratis - gli fa eco l’altro - sòno trè èuro.
Con un guizzo che mi viene da non so dove li supero e scappo via. Allarmati dal mio scatto, spiegano le braccia pennute e volano via a mezz’aria. Uno dei due tenta di cagarmi addosso a sfregio, mancandomi di poco. Grato al cielo, mi butto in una strada centrale mischiandomi alla folla. Con il cuore a martello ripercorro la strada all’indietro, alla ricerca di un ristoro dove fermarmi e scrollarmi di dosso i brutti pensieri.
Il cheddar si è raffreddato. È diventato un tutt’uno con i due dischi di manzo e una specie di sacrificio satanico al sapore di cetriolo.
Non ho più fame.
L’orologio mi suggerisce che la laguna mi ha già detto tutto ciò che doveva. Mi avvicino alla porta della toilette per dare sollievo alla vescica. E mentre lo faccio sento una lieve fibrillazione poco sotto il cuore, all’altezza del portafogli.
Un’anziana mi si avvicina buttandomi addosso i suoi occhi severi. Allunga il braccio, facendo ballare un bicchiere.
- Trè èuro - ordina con voce anonima.
- Tenga il resto - le dico restituendole il bicchiere caldo e zeppo.