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Pisa 2


[pubblicato su facebook il 15-dic-2019] 

Quando resuscito, la prima cosa che noto sono le lenzuola: dritte e dure come il fazzoletto di un sedicenne solitario. Lo stomaco mi si contorce cercando di addestrare il disordine. Troppo tardi. Schiocco le labbra e il primo sapore che sento è la cattiva tenacia del gin tonico. (Mentre l’eco della sbronza mi frusta il torace per intero, cerco di mitigare il danno dimenticandomi di possedere anche una schiena e qualche organo secondario). 

Allungo la mano e riesco a indovinare il taccuino sul comò a fianco. Cerco di riattivare la memoria violentando neuroni e sinapsi. Senza rimuovere le ragnatele dagli occhi seziono gli appunti più recenti fino a risalire alle ultime ore della notte.

La serata era stata fredda e determinata. Il vento schiaffeggiava senza ritegno le facce compite nascoste tra cappotti e portici. Il miei appunti piangevano miseria. Anche stanotte, a Pisa2. 

La conferenza dei cani sciolti s’era risolta in un nulla di fatto. Per tutta la serata i presenti s’erano dati da fare sguainando spade e levando scudi. Nulla di diverso dal solito copione. Gli avanguardisti, solitamente titolari di offensive di tutto rispetto, in quest’assise avevano condotto operazioni più tiepide del culo di un bebè. I tentativi di arrembaggio erano stati condotti con la stessa magnitudo dei grattini invernali. I più furbi erano riusciti a guadagnare qualche sventurato ostaggio offrendo vodka lemon e barbiturici. Di uno straccio di notizia nemmeno l’illusione.

Una serata come tante altre, qui a Pisa2. Mentre esco dal Palazzo dei congressi, mi prefiguro distintamente i ticchettii dell’orologio coprire il silenzio della mia tastiera una volta tornato in redazione. Tutto immobile, come una soluzione inerte sospesa nelle geometrie urbane. Srotolo una cartina e l’ho arricchita di nicotina trinciata fine. 

Passo dopo passo, assecondo gambe e polmoni in un giro nella stretta periferia del centro città, umida e maledettamente densa di noja. 

Cammino e rifletto, su e giù per i vicoli e le strade e gli angoli. E più procedo più sento che i pensieri iniziano a rarefarsi, a disperdersi in un aerosol di umidità e rassegnazione. Forse - penso ad alta voce - è tutta roba mia: non è la vita ad essere una merda, sono io a renderla un fottuto mortorio. 

- Smettila di torturati - mi dice - semplicemente, questo non è il tuo contesto. Lo sai, e lo sapevi dall’inizio.
- Ok, ok, ma perché non provar...

Mi inchiodo.

Guardo l’orologio: le lancette segnano le 11 e 16. Non è ancora l’ora delle squisitezze sintetiche più famose al mondo, quindi escludo le allucinazioni dal novero delle ipotesi.

Mi giro piano. La intravedo con la coda dell’occhio mentre adagia una berretta di lana morbida sui capelli scuri. Sbuffa un po’ nelle mani a cucchiaio, come a riscaldarsi. Poi punta due enormi occhi color nocciola verso il cielo. E sorride. Mantenendo quella contentezza captata in chissà quali segnali astrali, rivolge delicatamente i suoi occhi ai miei.

- Andiamo? - mi domanda prendendomi la mano.

Le stelle brillano anche col freddo.

Riesco a pensare solo a questo mentre camminiamo infreddoliti in mezzo alla strada. Ai lati delle strade i termometri soddisfatti segnano un piccolo passo verso la zona di comfort. La confusione mi brulica nel cervello, domande e curiosità e dubbi e timori e interessi e curiosità fanno a gara danzando sulla punta della lingua. Tutto ciò che riesco a fare è balbettare: 

- Le stelle...
- Le stelle? - mi chiese incuriosita.
- Le stelle... brillano anche col freddo.

Ci fermiamo.

Mi guarda buttandomi i suoi polsi appena dietro al collo. 
Poi le sue labbra, sulle mie. 
Il caldo del suo respiro morbido, che gusto ad occhi chiusi. 
Le mani: felici, piene e esploratrici.

Non so cosa significasse quel momento né da dove venisse. Mi sentii completo, grato di una ricchezza senza senso e per questo spoglia dalle paranoie del merito e delle giustificazioni.

Riapro gli occhi. Sul taccuino solo scarabocchi senza senso. In fondo alla pagina scorgo un asterisco: appena a fianco, il disegno di una chiave stilizzata. Socchiudo gli occhi e sblocco la serratura. Sento che l’ingranaggio si muove e lo stomaco si distende.

Fame. Sono vivo.

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