[pubblicato su facebook il 29-giu-2019]
Règaz, c’è niente di peggio dei gomiti bruciati sull’asfalto rovente? Me lo domando mentre le mie terminazioni podaliche si stanno lentamente sciogliendo sulla strada, riproponendomi alla mente l’episodio splatter dell’altro giorno.
Stavo tornando al lavoro. Ero in compagnia di Caronte e del suo inimitabile buonumore. La quattroruote presa in affitto ai parènz gridava di dolore sulla lingua infuocata del cavalcavia. L’aria condizionata - ora e sempre, Osanna a Skinner - ciucciava senza pietà l’anima da 1200 ventricoli del povero veicolo, costretta a muoversi con il solo ajuto di un po’ di Verde Super.
Giunti in cima, eccoci pronti a spoggettare. Da lassù il panorama proponeva eleganti nuances di Noia Cremasca (© Pantone 2019/b). Tutto attorno si esibivano campi rigogliosi di spighe e poveri di frutti. Campi verdi, campi gialli, campi finché ce n’hai. In mezzo, il grigio puntinista della strada statale.
Stavamo quindi apprestandoci a discendere con il piede a martello sulla frizione. Appena sotto, due brufolanti in posizione aerodinamica cavalcavano bicicli di evidente proprietà materna.
Fu il secondo a tentare l’all-in. Lo vidi rannicchiarsi, abbassare la testa e spingere sulle gambe, assumendo le sembianze di un feto in preparazione atletica. Il risultato fu sbalorditivo: sublime piroetta in avanti, biciclo fuori strada, impatto sull’asfalto senza schizzi - giuria in delirio.
Per eleganza ed educazione accostai il quattroruote. Caronte abbassò il finestrino:
- tutto ok? - gli fece.
- Seh, seh - rispose quello, spolverandosi quel che rimaneva dei gomiti.
“I giovani sono fatti di gomma”, considerò il mio socio rialzando il finestrino.
Prima di ripartire ripristinai il volume della musica a livelli da concerto, contemplando soddisfatto la seguente funzione: l’apprezzamento di un buon pezzo cresce all’aumentare dei decibel.
Ricordo che da piccolo ero incuriosito dai quasi adulti che guidavano con la musica a stecca. Mi pareva provassero un piacere quasi erotico in quel gesto. Allora ignoravo il perché. Li vedevo padroni del proprio corpo, sovrani della propria esistenza, non semplici cittadini di una vita in affitto. Anche nel modo di camminare trasmettevano un che di realizzato, di sicuro: sembravano conoscere la strada palmo a palmo. La dragavano a testa alta, con l’orizzonte come obiettivo. Nessuna nube o preoccupazione si contraeva in rughe o sorrisi all’ingiù. Ero quasi geloso di quello star bene, che ancora mi sfuggiva.
D’un tratto torno al presente. Sperimentando un po’ di me nelle emozioni che immaginavo albergassero in quei quasi adulti, mi sono visto da fuori: mi sono visto con i miei quasi trent’anni, e uno zaino pieno di cose che estraggo e consulto all’occorrenza. Mi sono visto in maniera nitida, ancora sulla strada, camminando, a testa alta e lo sguardo al cielo terso.
Sono salito in macchina e ho alzato il volume a stecca.