San Francisco, un giorno come un altro.
Macchine, camion e passeggini intasano ogni via della città. Anche i cunicoli più sconosciuti sembrano una zona di villeggiatura, tante sono le persone che incontro.
Da qualche minuto mi aggiro tra i parcheggi con la verve di un hippy che ha appena smaltito un trip iniziato nel 1972. Mi sembra di scorgere uno stallo vuoto in una via laterale. Libero la frizione e mi ci avvento. Lo riempio in due manovre, da bravo italiano medio. Il luogo dell’appuntamento dev’essere a un centinaio di metri. “Domattina si presenti qualche minuto prima delle ore 9”, mi ha consigliato la farmacista. Guardo l’orologio: le 8 e 35.
Per un pelo.
Occhiali da sole, mascherina e sono in strada. La fresca brezza della metropoli scivola dai tetti delle case e mi agguanta le caviglie. Mentre cammino, sguaino lo smartphone e controllo l’indirizzo dell’appuntamento. Lo inserisco in Google Maps per accertarmi sia ancora lì, proprio dove l’avevo trovato ieri sera. Non ci si può mai fidare delle diavolerie tecnologiche. Gli stradari di una volta, quelli sì che erano strumenti fedeli. Mi ricordo certi paginoni ripiegati, che mio padre teneva in macchina e consultava con reverenza. Avevano il profumo chimico della cellulosa inchiostrata e l’aspetto di una mappa del tesoro precisissima. Le strade erano fili colorati e si seguivano col dito - entro qui, seguo questa, svolto là - fin quando lo strofinio le cancellava definitivamente. E ci potevi giurare che le rotte non cambiavano da un giorno all’altro - salvo cancellazioni, naturalmente.
***
Nella piazzetta il camper ha appena parcheggiato. Due operatori stanno imbastendo il baldacchino che ospiterà i test antigenici. In tasca stringo il foglio della prenotazione. Lo palpo per assicurarmi di non aver perso lo scontrino, forse temendo che nel giro di una decina di passi abbia scavato un buco nel tessuto e sia scivolato lungo la gamba, indisturbato con il favore della camminata, e ora magari stia guadagnando la libertà dal pantalone, au revoir!
Appurato che è tutto in ordine, punto lo stand con fare disinvolto ma deciso. Voglio dare l’idea di aver fiducia nel sistema, ma non troppa. Una cosa tipo: amico, dove non arriva la legge arriva il mio revolver. La prima impressione è fondamentale e non voglio che la prima cosa che pensino di me è: toh, un supplemento d’ansia e insicurezza.
Non ho ancora varcato il perimetro della piazzetta quando una voce mi raggiunge.
“Non siamo ancora pronti”, mi informano gli addetti, “svolga pure qualche commissione e ritorni”.
Una serie di implicazioni, alcune lampanti altre più implicite, mi si affastella nella mente. Ne do conto in ordine sparso.
- Postulato marziale: a furia di ripetere che siamo in guerra, mi convinco che dev'essere saltato anche quel patto sociale di non belligeranza chiamato “rispetto degli orari”;
- Razionale organizzativa: in ogni sistema burocratico, il primo cliente della giornata ha talmente in odio i ritardi che avrà già sbrigato tutte le faccende per ridurre al minimo il rischio di dover stravolgere i piani;
- Legge di cumulatività del fastidio: mezz’ora d’anticipo più mezz’ora di ritardo corrisponde a 60 minuti. L'equivalenza può essere espressa anche come: 1500 passi circa; una ventina di divagazioni, tutte con tragico epilogo; il tempo necessario a perfezionare una decina di bestemmie intrecciate secondo lo schema della terzina dantesca.
***
Ora, qui devo dar conto di due fatti che lì per lì mi parevano del tutto scollegati. Il lettore avveduto già immagina, invece, che la necessità di menzione svelerà in seguito una qualche sorta di funzione narrativa o esegetica).
In attesa di accomodarmi a compilare scartoffie, cammino in equilibrio sui mattoni a bordo aiuola. Ad un tratto, un fischio di dolore riempie l'aria: quattro pneumatici sotto un’utilitaria sgommano in curva e si ficcano rapidi nell’unico posto libero in piazzetta, sormontato da un cartello con una persona molto magra incastrata in una ruota.
Si apre la portiera e una pelliccia di nutria inizia a gonfiarsi. Ne esce anche qualcosa di simile ad un essere umano, che sfila dal posteggio fissando curiosa lo stand. Giunta a un passo da una coppia che procede in senso opposto, la pellicciaia analizza razionale: “ah come siamo messi, siamo messi male!”.
La conclusione non era certo irresistibile, ma aveva, diciamo così, una sua consistenza interna.
Giunto finalmente il mio turno, prendo posto al tavolino posizionato a piombo sotto l'unico raggio di sole della mattinata. Analizzati i fogli, inizio a inchiostrare autografi su ogni pagina, in alcune anche doppi e tripli, in quello che ricorderò per sempre come il mio unico vero momento di celebrità.
Tutto stava scorrendo liscio. Quindi qualcosa stava per accadere. E...
Un altro fischio riempie l'aria e un’altra macchina irrompe nella piazzetta a tutta velocità. Con un paio di sbandate si infila un buco inesistente a un paio di centimetri dalla stazione mobile dei tamponi, e inventa un parcheggio che, a un occhio esperto, viola almeno 5 o 6 leggi della geometria e offende i primi 300 articoli del Codice della strada.
L’ospite interno abbassa prima il finestrino, poi anche la mascherina. La scena è magnetica e mi scopro con lo sguardo dritto in quello di un signore di mezz'età, che col motore ancora acceso mi ringhia addosso: “qui si può parcheggiare?”.
Provo a guardarmi attorno: delle due signore che aspettavano con me non è rimasta nemmeno l'ombra. Lo guardo e sollevo le mani, tra l'arreso e il non saprei. “Se non lo sai tu - replica lui - chi cazzo lo deve sapere?”.
Con un gesto, mi invita ad offrire alle genti la mia pudicizia anale, e se ne va.
Mi coglie il sospetto che la pellicciaia fosse una veggente.
***
Che poi, tutta questa brama, quest'attesa, ma per cosa?
Ci ripensavo a tampone effettuato, con l’apparato nasale trivellato peggio delle terre vergini oltre le acque territoriali. Non mi sentivo così stressato dai tempi dell'università, quando per un esame (orale almeno quello) si poteva aspettare ore intere. E noi discenti, dileggiatori amatoriali della materia, fuori dall'aula coi libri aperti a ripassare o appostati in prima fila per captare domande e plausibili risposte. E i caffè e le sigarette, i confronti sottovoce e le dispute teoriche, fingendo di padroneggiare argomenti di cui conoscevamo appena l'introduzione.
Ora, invece, dove sono i miei appunti?
Quel lungo preludio all’esame - dovuto, pare, a un enorme ingorgo tra JFK Boulevard e la Thin Avenue - mi ha permesso di quagliare attorno a un paio di verità. La prima è una considerazione in merito alla consistenza fisica del tempo e alla sua interazione con lo spettro delle emozioni umane, e dice più o meno così: l’attesa del fastidio è essa stessa il fastidio. La seconda è più intima e personale: una corazza di 186 centimetri, rinforzata da abiti di razza, un trench nero, scarponcini scuri e occhiali da sole impenetrabili, non sono un equipaggiamento sufficiente a mascherare il candore che mi arde nell'anima. Non si spiegherebbe altrimenti l’atteggiamento sospettosamente cauto e condiscendente della dottoressa.
“Ora, Stefano, abbassa la mascherina”: queste sono le ultime parole che le ho sentito pronunciare prima che un lunghissimo spiedino in plastica facesse capolino nelle più recondite profondità del mio naso. Nemmeno il tempo di pensare oddio, fa che non ci siano pepite, che la maledetta fiocina stava già perforando il tessuto tenero dei turbinati superiori. Il dolore e il fastidio erano tali da contrarmi il volto in una smorfia di atroce sofferenza, brillantemente interpretata dalla dottoressa: “ecco, bravo così, che abbiamo quasi finito”, mi ha detto in un'interminabile manciata di secondi. Che esperienza.
Il pensiero era così sincero che dev'essermi scivolato giù per la bocca (cose che succedono quando una lancia ti trafigge la corteccia prefrontale). “Intensa, eh?”, ha suggerito la dottoressa. “Può dirlo forte”, le ho risposto da vero macho.
***
I minuti che mi separano dal verdetto sembrano rocce in una clessidra atomica. Succede sempre così: la desiderabilità del momento è inversamente proporzionale alla sua durata. Dovremmo iniziare ad equilibrare le cose, accostare attività piacevoli in contesti sgradevoli, e viceversa. La fila alle poste non termina mai? Ecco una bella pinta di birra. Il matrimonio in chiesa è una lagna? Rimediamo con una bella sveltita nel confessionale. Controlli di polizia? Niente paura, l'ho rollata a casa. Cose così, insomma.
“Stefano”, mi chiama la dottoressa. Mi ci avvento come il primo degli spasimanti. Lei mi guada e mi consegna il foglio con l’esito: “molto bene, bravo”. Sono così leggero che il primo pensiero è: adesso mi piglio una settimana di ferie, per recuperare.
Sto per andarmene quando la dottoressa mi ferma. Ti pareva? come minimo ha confuso il referto: mi tocca la quarantena e altri tamponi e comunicazioni e i sensi di colpa e la gogna dell'untore eccetera. “Aspetta un attimo”, mi dice. Ed estraendo qualcosa da una tasca magica aggiunge: “è per te”. Nella sua mano, un lecca-lecca coloratissimo.
Solo allora, realizzo: siamo messi male.
Ma io un po' meno.