Gennaio, quarta settimana del secondo anno P.C.I. (Post Coronavirus Infection)
Un posto in mezzo alla Cianura padana
Un posto in mezzo alla Cianura padana
Regaz, provavo una strana sensazione all’idea di tornare a fare avanti e indietro col treno. Era un misto di eccitazione e paura, forse dovuta al fatto che non prendevo treni regolarmente dall’era del cazzeggio universitario, e questa era la parte buona, ma al contempo mi brulicava sottopelle una sorta di sgradevole premonizione, come se qualcosa di brutto stesse per accadere: e avevo ragione, perché quel sesto senso avrebbe presto chiamato in causa tutti gli altri 5, nel mio triste ritorno alla vita su rotaia.
Sia chiaro che non voglio parlare di me, ma di un aspetto del trasporto ferroviario che in pochi conoscono: la capacità di accumulare ritardo. In molti strabuzzeranno gli occhi, altri rimarranno a bocca aperta, altri mi crederanno addirittura ammattito! A tutti i lor signori dico: datevi una calmata, e non superate la linea gialla.
Va detto anzitutto che il treno è un bricolage di lamiere in cui vengono fatte passare scariche elettriche che lascia-perdere-proprio. Chiunque abbia provato ad infilare una forchetta in una presa domestica saprà certo spiegarvi quanto pericoloso sia questo giochetto. (Una soluzione ci sarebbe: fabbricare treni in legno, e poi lanciare l'assalto al monopolio Trenitalia con la linea ScheggiaRossa).
Al fine di rendere i treni più accattivanti, teams di infernali desainèrs ci montano dentro comforts di ogni tipo, come le poltroncine, le toilette e pure dei graziosi vetri antiproiettile a mo’ di finestre. Naturalmente, non basta a rendere il servizio più gradevole. Per ovvie questioni che hanno a che fare con l’elettrochimica, gli scomparti del treno possono mantenere solo due temperature: ruscello di ghiacciaio oppure “alla brace”, condizioni ottimali solo per un’utenza di salmoni.
Strumenti demoniaci, figli del matrimonio tra il progresso e l’incoscienza, i treni sono spesso dotati di piccole scorte di una specie di polizia interna, onde tutelarne i fruitori dalle minacce del mondo esterno. Questi tutori non hanno pistole ma una retorica in grado di dissuadere anche i trasgressori più tenaci.
“Dov’è salito?”
“Qual è la sua destinazione?”
“Ce l’ha un documento?”
Punti di domanda come uncini roventi, la zetetica come unica religione.
Sono gli inquisitori del terzo millennio, persone speciali.
Proprio come i ferrotranvieri, anche i controllori vengono selezionati in tenera età. I primi li riconosci già in sala parto: sono quelli che ad uscire ci impiegano 12 mesi anziché 9. Per i secondi il recruiting è un po’ più complicato. Bisogna attendere che crescano e sviluppino l’innato talento. L’esperto sa che passano la gran parte del tempo a bighellonare: quasi mai vengono visti affaccendati, tuttalpiù impegnati a grufolare nelle vicende del prossimo. L’indole è nota, tato che persino mia madre, quando tardavo a tornare a casa, mi diceva che a furia di rimanere in giro prima o poi mi sarebbero venuti a prendere “quelli di Trenord”.
E se ciò ancora non spiega il perché dei ritardi, almeno ci chiarisce quale straordinaria afflizione sperimenti ogni giorno il pendolare medio.
Tornando a bomba sui treni – mi si perdoni l’infelice rievocazione storica –, mi sono convinto che parte del mistero abbia a che fare con quella serie di rari eventi che gli addetti ai lavori chiamano coincidenze, definizione, questa, che in passato ha scatenato le ire della lobby delle cartomanzia. Esula dalle mie competenze stabilire quale sia la natura delle coincidenze. Certo è che per i treni deve trattarsi di qualcosa di davvero spiacevole; diversamente non mi spiegherei per quale motivo le evitino con tanto scrupolo.
Una volta ebbi la fortuna di assistere in diretta ad uno di questi incredibili eventi. Mentre i due treni si avvicinavano lentamente alla banchina, ciascheduno da una direzione opposta all’altro, mi parve di scorgere nei loro fanali uno sguardo familiare, l’ineluttabile fastidio che si prova ad essere rinchiusi in una stanza con qualcuno che si evita da tempo, peggio del covid sotto le festività, accomunati da una ruggine atavica, un’inossidabile insofferenza l’uno per l’altro.
Uéh.
Anche tu qua…
Già.
Scambi gelidi, di cui si farebbe volentieri a meno, se non che poi la stanza rimarrebbe priva di quell’eco, vuota e stanca, indispensabile a descrivere il contesto in tutta la sua struggente negatività.
Ed è proprio quest’infallibile tendenza al ritardo ad indurre nei pendolari quello stato che fior fiori di studiosi hanno catalogato come Sindrome della linea gialla. I pendolari stanno lì. Sotto le radiazioni torride dell’estate; celati nella nebbia autunnale; vibranti di freddo nelle giornate d’inverno o mascherati nei fazzoletti durante la primavera: semplicemente, stanno lì, impalati sulla banchina. Troppo incazzati per demordere ma troppo stanchi per darsi davvero da fare. E come le signorine della strada, anche loro dopo un po’ che aspettano cedono, e si lasciano caricare dal primo che passa.
A scriverne mi si stringe il cuore.
Quella del pendolare è una vita che oscilla tra la dannazione e il dramma. Non migliora quando il treno arriva. Ad attenderlo, un passo oltre la soglia d'ingresso, si trova una bolgia di iracondi in competizione per un posto a sedere – ho assistito personalmente a scene surreali, dove creature fantozziane s’offrivano a guisa di poggia piedi, pur di non stare all'impiedi.
Trovare posto è difficilissimo: bisogna combattere!
Fuori dei vagoni governano caos e anarchia. Fu in uno dei miei primi viaggi che mi accorsi di un fenomeno strano, latente e perciò spesso sconosciuto a chi non presta attenzione alle sotto-trame della vita quotidiana. Nel quaderno etnografico dell'epoca annotai:
Mercoledì, cielo sereno. Mercurio entra nell’orbita di Cromo.
Sono da poco passate le 7 e la banchina è già ricolma di persone che, come me, attendono un passaggio. Quando il treno arriva sembrano capelli, che s’arruffano e si appiccicano alle porte del convoglio.
Solo a fatica riesco a pressarmi nello scomparto che separa un vagone dall’altro. Ad occhio saremo una ventina, stipati nello spazio vitale di quattro persone.
L’aspetto è quello di una latrina con quattro porte – due per l’entrata sul treno, due che conducono ai vagoni – e un palo da lap dance al centro. Siamo ammassati come peti, uno addosso all’altro, ognuno che rischia di schizzare fuori ad ogni curva o movimento inconsulto.
Ad un tratto, in mezzo alla calca si crea un piccolo vuoto. Al centro, un tizio vestito in maniera discutibile mi pare sta tenendo un piccolo comizio. Provo a sgusciare tra le persone. Conto tre ascelle e un inguine, dopodiché riesco ad arrivare sufficientemente vicino all'uomo, e lo sento pronunciare queste parole:
“Signori, benvenuti al Train Club. Prima regola del Train Club: non superate mai la linea gialla. Seconda regola del Train Club: non dovete superare mai la linea gialla.
Terza regola del Train Club: se qualcuno grida "biglietti", arriva in ritardo, o si alza dal posto prima della fermata, fine della corsa”.
Sembra un gruppo esclusivo, una specie di lobby. Chissà, magari un giorno scoprirò di cosa si tratta.
D’altro canto il virus non risparmia nessuno, nemmeno il personale di bordo. L’altro giorno, mentre prendevo un caffè, ho sentito un ben informato spiegare al barista che “il tasso di suicidi è diminuito perché ci sono molti meno treni in circolazione”.
Pur curioso che fossi, ho preferito non indagare il nesso causale. C’era però un dato di realtà, in quella stramba narrazione: stanno sopprimendo una gran quantità di treni. Sospettosamente tanti. Gli infiltrati di canalequattro hanno parlato di vendetta ebrea, ma non ho gli strumenti adeguati a ponderare un giudizio.
A dirla tutta, ogni volta che dalla banchina leggo il triste annuncio sul tabellone mi sento pervadere da un senso di pietà. Un altro treno soppresso, penso, un altro treno che non ce l’ha fatta. Allora credo di farmi forza, dicendomi che in fondo è giusto così, che l’avranno fatto per il suo bene. Sarà stato malmesso, inguaribile.
Se devo essere sincero fino in fondo, non ho mai provato un grande odio per i treni. Sì, certo: mi hanno fatto perdere tempo, mi hanno in illuso, mi hanno chiesto soldi per poi portarmi dove volevano loro, e alla fine mi hanno pure scaricato lasciandomi solo, triste et così incredibilmente lontano dalla destinazione. I treni sono come le donne, la differenza è che quando il ritardo si fa preoccupante puoi passare da un treno all'altro senza pagargli gli alimenti.
Soprattutto, i treni non se la prendono se ti scappa una battuta sessista.
La vera ragione per cui ritardano così tanto è che sono creature timide. Si fanno attendere non per vanità ma per insicurezza: tutta la notte a prepararsi ma poi non si piacciono – a chi non è mai successo? – e allora giocano a nascondino, fermandosi ad ogni stazione. E quando ripartono poi rallentano, s’imboscano dietro le curve, guardando da lontano, tergiversano, poi si motivano e tornano in pista, e quando la gente se ne va ecco che sfrecciano sul binario, veloci come il vento, senza farsi vedere, portandosi dietro solo gli ultimi sbuffi e i vaffanculo.
Non esattamente un invito a tornare, dico bene?
Solo una questione rimane sospesa, a questo punto. Quella maledetta, incomprensibile riga gialla: perché?
L'ho chiesto a un treno di passaggio.
“Ehi treno – gli domando mentre si avvicina – perché allontanarsi dalla linea gialla?”
“È un test, amico”.
“Come, un test? Che significa?”
“Un test della personalità, aiuta a capire con chi abbiamo a che fare”.
“Dimmi la verità: cosa c'è dietro?”
“Nulla, è un test, te l'ho detto”.
“Avanti: chi c'è dietro a tutto questo? È una dittatura ferroviaria, è cos'è. Cosa ci state nascondendo? Eh? Perché volete tenerci lontano dalla linea? Basta cazzate – gli strillo nei fanali –, esigo la verità! Ve-ri-tà!”
Salto oltre la linea, lui mi travolge. E fischiando, indifferente, se ne va.