“BOOO!”
[fantasmi vari, attorno alla metà del 1800]
[studente italiano, Italia, a partire dal secondo dopoguerra]
[sinistra italiana, dal 1921 in poi]
Cosa c'è di più spaventoso della
notte di Halloween? Teniamo a freno le battutacce – è una domanda
retorica. Nella nebbia della bassa Padana, tutto è pronto per la
notte del terrore, delle streghe e dei morti che tornano in vita. La
notte del 31 ottobre si celebra lo spavento. L'orrore. Quest'anno lo
celebreremo in tv, seduti sul divano. Ma cosa ci spinge a festeggiare la
paura – un'emozione sgradevole e in gran parte incontrollabile –
o, più semplicemente, a guardare un film horror? La risposta non può essere più
complessa di così: la necessità di rimanere in vita. Partiamo dalle
basi.
Tutti abbiamo paura
Una delle persone più coraggiose che abbia mai incontrato in vita mia era mio nonno. L'ho visto sistemare l'orto senza guanti, prendendo le bisce a mani nude. Portava calzoncini ascellari, marsupio e sandali anche in centro città. Dai racconti che le mie orecchie avranno gustato almeno un centinaio di volte, quando mio padre era proco più che un progetto a forma di spermino, si è appostato nell'ombra per fare brutto a un soggetto che stazionava fuori casa con fare sospetto. Se doveva dirti merda, te lo diceva inforcando gli occhiali. Capite? Sembrava che nulla lo potesse scalfire. Eppure una paura l'aveva anche lui – l'ho capito in quelle giornate in cui lo andavo a trovare, e il sole fuori dalla stanza splendeva, ma senza scaldare, poco prima di salutarci per l'ultima volta.
Dare forma alla paura
Il campionario delle paure è lungo e curioso (un elenco aggiornato sitrova a questo link). Le nostre paure dicono di noi più di quanto non possa fare la carta d'identità. L'horror è questo: un compendio artistico delle paure ancestrali dell'uomo. A ben guardare, una definizione precisa e condivisa non ce l'ha. Si manifesta a livello fisico con brividi, tremori e la celeberrima pelle d'oca. È stato definito come un misto di terrore e repulsione, come la risposta a stimoli visivi scioccanti, un insieme di paure che gli umani condividono, ossia il modo per concettualizzare, dare forma e affrontare il male e la spaventosità, concetti negativi e sensazioni spiacevoli.
La chimica dell'horror
È innegabile che ci piaccia: paghiamo il biglietto per spaventarci e “provare il brivido” – al cinema, al luna park, sulle montagne russe. L'esperienza della paura è totalizzante: non si limita al cervello, riverbera in tutto il corpo. A livello fisiologico, è la chimica a farla da padrona, a predisporre le emozioni che servono a preparare il corpo all'azione. Quando sperimentiamo uno stato di paura, lo stimolo viaggia lungo il sistema endocrino, che rilascia epinefrina, noradrenalina e cortisolo. Queste sostanze eccitano il sistema cardiovascolare e respiratorio – i battiti aumentano, il respiro si fa più corto – favorendo il rilascio di glucosio nel sangue e predisponendo il corpo ad agire.
Terrore!? Mmmh, slurp!
Anche quando sprofondiamo nella
poltrona di una sala da cinema, il cervello rimane attivo e cosciente
– almeno, queste sono le intenzioni. Mentre lo stimolo fa il suo percorso,
il corpo secerne dopamina, endorfine e adrenalina e organizza la
risposta primaria: affrontare il pericolo o scappare per sfuggirgli
(la celebre reazione di attacco o fuga). Quando il cervello elabora
il contesto e riconosce che non si tratta di un pericolo reale, lo
stato di allerta si spegne. Questo stato di eccitazione associato al
rilascio chimico, moltiplicato per la durata del film, rappresenta
una ricompensa gustosa per molti amanti dell'horror.
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Chi non si accontenta delle droghe potrebbe domandarsi cosa ci spinga, a livello psicologico, a guardare un horror. Uno di questi curiosoni è lo psicologo Glenn Walters, che ha identificato tre motivi. Il primo: la tensione suscitata dal mistero, dallo shock e dal terrore. Il secondo: la rilevanza, cioè la possibilità di immedesimarci nel protagonista o nell'antagonista. Il terzo: l'irrealtà, lo sperimentare paura in una situazione di completa sicurezza. Secondo la teoria messa a punto da Zillmann, siamo attratti dall'horror per la suspense che suscita. Lo psicologo polacco ha concluso che il potere dell'horror sta nel rimpiazzo delle sensazioni negative con quelle positive, che si generano con la risoluzione della tensione. Si tratta del meccanismo conosciuto come transfer dell'eccitazione – il che spiega, in qualche modo, perché “il sesso da arrabbiati è quello più appagante”. Altri studiosi sostengono invece che l'interesse per l'horror sia dovuto al soddisfacimeto di alcune necessità dello spettatore, come la distruzione e imprevedibilità.
Cosa succede nel cervello?
Ai più arguti non sarà sfuggito il
cortocircuito: com'è possibile provare piacere di fronte alle
rappresentazioni dell'orrido? Senza scomodare gli spettatori di Rete4
e del Grande Fratello, in uno studio sull'arte horror, Menninghaus e
colleghi hanno spiegato che ciò è dovuto a un meccanismo bipartito: pur mantenendo una certa distanza dalla minaccia, lo spettatore riesce a
sentirsi coinvolto tramite emozioni negative interessanti, profonde e
toccanti. Alla base del film horror c'è il “patto” tra registra e
spettatore, dove quest'ultimo accetta che l'intento del film sia di
incutere paura.
Chi si è preso la briga di analizzare ciò che succede nel nostro cervello ha osservato un dialogo continuo tra due regioni specifiche, con l'obiettivo di anticipare lo shock e preparare la reazione. Di fronte a un film del terrore, con lo sviluppo della trama crescono i livelli di ansia, e con essa aumenta la stimolazione del canale visivo e uditivo. Una volta raggiunto lo shock, si attiva la regione che valuta l'emozione e organizza il processo di risposta. Questo meccanismo in due fasi mostra una certa congruità con i due tipi di paure più classici: il terrore strisciante di quando percepiamo che qualcosa non sta andando nel verso giusto, e la risposta istintiva – “mi ha fatto venire un colpo!” – quando il mostro appare.
(Non è) una questione di gusti
La letteratura scientifica ci dice alcune cose in merito all'identikit degli amanti dell'horror: che piacciono di più ai maschi che alle femmine – ALT: ciò non ha a che fare con l'essere duri, ma con una minore predisposizione al disgusto e all'ansia – e in generale alle persone alla ricerca di emozioni; che i bambini piccoli sono più spaventati da minacce simboliche mentre i più grandicelli dalle minacce realistiche; infine, che la propensione ai film dell'orrore diminuisce con l'avanzare dell'età.
Non si tratta (solo) di predisposizione genetica. Qualcuno ama l'horror più di altri, e questo – spiega la sociologa Margee Kerr spiega all'Atlantic – potrebbe dipendere dal fatto che alcune persone di fronte a un film o un evento spaventoso sperimentano un rilascio di dopamina più lungo. Lungi dall'essere solo un fatto privato, la paura ha anche una connotazione sociale: il terrore può essere indotto: si può far apprendere la paura di qualcosa. A questo proposito si parla di di costruzione sociale della paura – non dobbiamo sforzarci molto per riconoscere che il vivere quotidiano tracima di esempi. Infine, va rilevata anche una componente culturale: ogni società ha i suoi mostri, ciascuno con le proprie peculiarità. Ogni rappresentazione presenta però dei tratti comuni anche alle altre: di solito si tratta di un essere soprannaturale, in cui vita e morte sono concetti sfumati, e vìola in qualche modo le leggi della natura – queste caratteristiche accomunano anche divinità e robot, ma questo è un altro discorso.
Il valore sociale della paura
La paura porta parecchi benefici: garantisce attenzione, coinvolgimento emotivo e favorisce il ricordo. Arriva da lontano: è anziana almeno quanto la nostra storia. Nel corso degli anni ha cambiato forma pur manutenendo la sua funzione. Anzi, si può dire ne ha acquisita una in più, squisitamente sociale. Uno studio recente ha mostrato che durante uno spavento o uno stato intenso di felicità il corpo rilascia ormoni molto potenti, come l'ossitocina, e ciò fa sì che il ricordo venga immagazzinato più facilmente. Per questo le conoscenze fatte durante un'esperienza spaventosa o particolarmente felice tendono ad assumere un colore più vivo nella mente.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui la paura andrebbe celebrata. Il valore di una festa come Halloween non sta nella sua deriva consumistica: Halloween è la paura che si fa horror, e porta in scena alcune delle nostre fobie più diffuse: l'oscurità, i mostri, le creature che tornano dalla morte. La festa di Halloween, in altre parole, celebra la creatività della mente umana.
(Edit: il pezzo è stato rivisto e corretto l'1/11/2020)
Materiale e documenti consultati:
From “Official” to “Do It Yourself” Fear (Cairn.Info)
The Aesthetics and Psychology Behind Horror Films (Digital Commons @LIU)
The Distancing-Embracing model of the enjoyment of negative emotions in art reception (Cambridge University Press)
(Why) Do You Like Scary Movies? A Review of the Empirical Research on Psychological Responses to Horror Films (Frontiers in Psychology)
The effect of suspense and its resolution on the appreciation of dramatic presentations (ScienceDirect)
Predictors of Horror Film Attendance and Appeal: An Analysis of the Audience for Frightening Films (Communication Research)
Dissociable neural systems for unconditioned acute and sustained fear (ScienceDirect)
Tend and Befriend: Biobehavioral Bases of Affiliation Under Stress (Current Directions in Psychological Science)
Excitation Transfer Theory (Wiley Online Library)
Why Do Some Brains Enjoy Fear? (The Atlantic)



